mercoledì 21 giugno 2017

RECENSIONE || "Sembrava una felicità" di Jenny Offill

<< Compresse in un segmento lungo un minuto, le onde cerebrali di una donna che si è appena innamorata fanno lo stesso rumore di una striscia di petardi che esplode.>>

Dopo aver letto "Le cose che restano" di Jenny Offill non mi restava che cimentarmi con "Sembrava una felicità", NN Editore, che molti lettori mi avevano anticipato "è bellissimo, molto particolare".

Come dargli torto? 
"Sembrava una felicità" potrebbe essere un romanzo con un tocco di poesia, forse un racconto ma in realtà è qualcosa di unico. Un flusso di pensieri, eventi che si sovrappongano e distanti tra loro migliaia di anni luce, stanno insieme senza quasi nessun collante se non la nostra capacità di creare uno storytelling con le informazioni che ci vengono date.
La storia, che all'inizio è nebulosa e confusa, si fa chiara con lo scorrere delle pagine e ci rivela una love story tra una donna e un uomo. La narratrice di questa storia è la partner femminile che racconta dell'incontro con suo marito, dei dolori della vita, della felicità portata dalla nascita della loro bambina, il suo lavoro e la vita di coppia.

Finché tutto questo si rompe. Si sgretola. Lui ha una relazione con una ragazza più giovane; ma non se ne va, cercano di rimettere insieme i pezzi con alti e bassi, periodi di separazione, litigate a bassa voce per non far sentire nulla alla bambina. Il punto di vista della narrazione cambia dal momento in cui il marito compie l'atto fedifrago: se fino a quel punto la storia era raccontata in prima persona, in cui la protagonista è dentro alla storia, da adesso si racconterà ogni cosa in terza persona "lei" o "la moglie", un distacco non solo di cuore ma anche di forma. 

<< A volte il marito e la moglie s'incontrano nel parco dall'altra parte della strada. Lui va l' a fumare, lei a fissare gli alberi. Lui le chiude i tre bottoni del cappotto. Mi ama, non mi ama, mi ama, non mi ama. Fanno fatica a trovare il coraggio di entrare nel loro Piccolo teatro dei sentimenti feriti. Scherzano che dovrebbero solo fuggire in 
Messico e dimenticare tutta questa stupida storia. >>

Il dolore si impadronisce della protagonista che inizia a porsi domande su domande del perché sia successo proprio a loro, in che cosa ha mancato come moglie, che cosa fa suo marito quando sta con questa ragazza più giovane (forse più bella?); un agglomerato di sentimenti e riflessioni si fa largo nella storia, ma non troppo, spesso tutto è preso con una sorta di sottile ironia, di chiacchiere con amici e parenti che danno consigli e sostengono il dramma della coppia.
In sottofondo, ma anche cornice e contrappeso alla storia principale, c'è il lavoro di lei. Un libro che sta scrivendo per uno pseudo - astronauta che vuole creare un volume con i momenti salienti dei viaggi nello spazio, quelli falliti e quelli riusciti. 
In questo modo le storie che si trova a scrivere per questo pseudo - astronauta combaciano spesso per confusione e impossibilità di agire alla sua storia coniugale e in generale ad ogni esistenza: i misteri dell'universo e le storie degli astronauti hanno quell'atmosfera insondabile che ritroviamo quando viene a mancare l'equilibrio nella nostra vita, proprio come è successo a questa coppia, tutto può succedere, oppure no.

<< Difficile da credere, ma pensavo davvero che l'amore fosse una cosa fragile. Una volta, quando lui era ancora giovane, ho intravisto della cute fra i suoi capelli e ho avuto paura. Ma era solo un ciuffo ribelle. Adesso, qualche volta si vede veramente, ma provo solo tenerezza. >>

Jenny Offill compone un racconto originale, fatto di pezzi di Storia, flussi di pensiero e emozioni che danno vita a una storia che si compone come per magia con poche informazioni e alcune che all'apparenza sembrano assolutamente fuori contesto ma che in realtà ci mostrano dei lati della situazione che non avevamo preso in considerazione. Le coordinate non ci vengono date ma in qualche modo riusciamo a districarci e a trovare una direzione da seguire per comprendere e apprezzare il libro. 
Affrontare "Sembrava una felicità" vuol dire lasciarsi trasportare in un altro mondo con  una gravità diversa, eppure simile alla nostra, da un'autrice che riesce a creare il giusto disequilibrio perché la storia sia magnetica e impossibile da lasciare, ogni pagina è una scoperta. 


COPERTINA 8 | STILE 8,5 | STORIA 8,5 | SVILUPPO 8


Titolo: Sembrava una felicità
Autore: Jenny Offill, traduzione di Francesca Novajra
Editore: NN Editore
Numero di pagine: 157
Prezzo: 16,00 euro

Trama

Sembrava una felicità è il ritratto di una donna, ma è soprattutto una riflessione sui misteri dell’intimità di coppia, della fiducia, della felicità e dell’amore. L’eroina creata da Jenny Offill, prima io narrante poi “Moglie”, si confronta con una serie di eventi felici e di catastrofi – le ambizioni personali in stallo, la scoperta dell’altro, la nascita di una bambina, il proprio ruolo di moglie, amante e madre, e infine il tradimento del marito.
Con un linguaggio che brilla di arguzia e feroce desiderio, Jenny Offill ha realizzato una storia d’amore venata di suspense che ha la velocità di un treno che sfreccia nella notte a tutta velocità.
Sembrava una felicità è un romanzo da divorare in una sola seduta, anche se le intuizioni e le meditazioni che propone continuano a emozionare nel tempo.
Jenny Offill e l’attrice americana Maggie Gyllenhaal stanno lavorando al progetto di un film tratto dal libro.



L'AUTRICE 

Jenny Offill è autrice del romanzo Last Things, scelto come “Notable Book” dell’anno dal New York Times e finalista per il Los Angeles Times First Book Award. Coeditor, con Elissa Schappell, di due antologie di saggi, ha scritto libri per bambini, insegna Scrittura alla Columbia University, alla Queens University e al Brooklyn College. Sembrava una felicità è finalista al Folio Prize.

martedì 20 giugno 2017

RECENSIONE || "Happy hour" di Mary Miller

<< Nessuno sa dove mi trovo. Quando sto con lui, non rispondo né ai messaggi degli amici né alle chiamate di mia madre. Precipito nella tana del coniglio. >>

Riscopro, ancora una volta, l'America nelle sue  parti più fragili con Mary Miller e la sua raccolta di racconti "Happy hour", Black Coffee Edizioni


Dopo l'interessante e turbante "Il corpo che vuoi" di Alexandra Kleeman e "Lions" di Bonnie Nadzam di cui trovate la recensione sul blog, Black Coffee Edizioni segna un altro punto a suo favore con il terzo libro pubblicato che non può lasciare indifferente nessun lettore.






Ambientato nel sud degli Stati Uniti, le storie che la Miller racconta hanno un fil rouge che a mano a mano che si prosegue nella lettura la sensazione è quella di perdersi in esistenze senza un equilibrio creando un senso di profondo disagio nel lettore. Le protagoniste, spesso senza nome, sono donne che hanno passato la prima giovinezza e che sono innamorate, dipendenti in qualche modo da uomini con pochi spiccioli in tasca, che abitano in case dove manca il cibo ma mai la confezione da sei birre. In altri casi la Miller si fa carico di rivelare un'America scomoda, triste, sporca. 



I sentimenti sono padroni delle protagoniste che ragionano più con il cuore che con la testa, alle volte le troviamo confuse, sempre in balia di riflessioni esistenziali sulla loro vita di coppia e in generale di un futuro che cercano di immaginarsi roseo ma improbabile nella realtà. 


<< Un giorno, le dice lui, farà di te mia moglie. Avremo un maschietto e una femminuccia, e una casa un po' discosta dalla strada. A volte lei non ce la fa a fingere e gli chiede con quali soldi pensa di mantenere due figli quando non può nemmeno permettersi di portarla fuori a cena, ma è di gran lunga più divertente immaginare di avere dei bambini con i suoi occhi azzurri e le sue ciglia lunghe. >>


In altri racconti la protagonista è legata a un uomo che ha già un figlio e quindi si ritrova a pensare all'ex moglie e alla relazione che aveva il suo attuale ragazzo con lei. Altre volte ancora è lei ad avere un ex marito a pensare a cosa sta facendo adesso, a chi e come potrebbe legarsi, di nuovo.


<< Alla fine mi mostra una fotografia di lui e la ex moglie [...] Sono forse la coppia più bella che abbia mai visto. >>


In tutte le storie la protagonista femminile è in una posizione di sottomissione consapevole rispetto al compagno, fidanzato: non ha molta voce in capitolo, il suo destino è indissolubilmente legato a quello del suo uomo, all'alcol e all'erba. Vivono in case che somigliano molto ai dei tuguri. L'instabilità è palpabile, tutto è messo in discussione con la paura di un possibile abbandono in sottofondo e una nota di rassegnazione. Il degrado fa paura alla protagonista che tuttavia non sa e non cerca nemmeno una soluzione per un cambiamento drastico. Mary Miller rappresenta uno spaccato di vita quotidiana, azioni semplici, che tutti svolgiamo, solo che i protagonisti le vivono in modo approssimativo, senza impegno con flemma e svogliatezza: si ricava un quadro che riesce a mettere a disagio il lettore con attività come guardare la televisione, fare sesso oppure la spessa o ancora cenare fuori.


<< "Come fai a sapere di amarmi?" mi chiede.
"Boh.. perché a volte sei l'unica cosa a cui riesco a pensare. L'unica cosa che ho in testa."
Ci riflette. "Non è che non ti amo. È solo che non riesco a dirlo." >>

Il tema dei racconti si fa mano a mano più pensate in una parabola ascendente. Probabilmente il racconto che più mi ha colpita non riguarda una coppia ma un'educatrice, una sorta di assistente sociale con una bambina che abita nel suo istituto,
 
"Un amore, grande, grosso e cattivo". Credo che questo racconto rappresenti bene il degrado di una comunità. In questo caso la protagonista si fa carico di Diamond una bambina come tante ce ne sono nell'istituto. Si prende a cuore questa ragazzina definita "difficile" per via degli abusi subiti dal padre. Nessuna famiglia la vuole e di solito dopo qualche giorno di affidamento torna all'istituto e allora l'educatrice quando ha un giorno libero la prende e la porta in casa sua e del marito. L'amore di questa donna verso una bambina che non è sangue del suo sangue è commovente probabilmente anche per l'atteggiamento che assume: non è compassionevole con la bambina, non prova pietà e non la trasmette, la tratta come se fosse sua madre naturale, senza risparmiarle nulla. 



Ne risulta una raccolta dallo stile scorrevole, un concentrato di sentimenti introspettivi, illusioni, promesse non mantenute, amori difficili che vanno e che vengono. Unica nota stonata è un po' la monotonia dei personaggi che girati in pose differenti rimangono un po' piatti per tutta la durata del volume (a parte alcune eccezioni), trasformandosi in sagome dai movimenti reiterati. D'altra parte Mary Miller riesce a inquietare e a far perdere l'orientamento mettendo in scena scatti di vita normale con una penna abile che non necessita di eventi catastrofici: l'illusione di equilibrio di coppie in disequilibrio nella società.


COPERTINA 7 | STILE 7 | RACCONTI 7,5 | SVILUPPO 8


 Titolo: Happy hour
Autore: Mary Miller
Numero di pagine: 264
Prezzo: 15 euro

Trama


«Mary Miller non è interessata a travolgere il lettore con effetti speciali; la sensazione di vertigine, di spaesamento scaturisce a livello della singola frase. Quello è il suo regno. Nei suoi racconti nulla è risolto, o anche solo risolvibile. Tutto avviene all’interno di uno spiraglio in cui al lettore è concesso di sbirciare per assistere a una vita mentre viene semplicemente vissuta» – Electric Literature
«Storie di sconfitta e solitudine, di decisioni sbagliate o, peggio, dell’incapacità di prenderne. Storie come acque pericolose, in cui le protagoniste sanno di dover reagire, di dover nuotare verso la riva eppure restano semplicemente a galla e continuano a lasciarsi trasportare. Happy Hourriconferma Mary Miller come voce imprescindibile del Sud degli Stati Uniti» – Willy Vlautin, autore di Motel Life


L'AUTRICE

Dopo il successo del suo romanzo di esordio, Last Days of California, Mary Miller torna con una raccolta di racconti che la riconferma come una delle voci più crude e taglienti della sua generazione di scrittori americani.
Ammantato dal fascino proprio del Sud degli Stati Uniti, Happy Hour è un susseguirsi di storie di donne, figure tormentate quanto realistiche, in lotta contro se stesse. Donne che bevono, che dipendono dal sesso; donne che prendono decisioni sbagliate accompagnandosi a uomini che le amano troppo o troppo poco; donne che sono la causa della propria rovina. Su uno sfondo di scialbi distributori di benzina, piscine pubbliche, drive-thru e bettole, ciascun personaggio si trascina dietro il proprio fardello nella ferma convinzione di meritare di meglio. Queste donne cercano comprensione nei luoghi più improbabili: nella casa dei genitori adottivi, dove l’amore è vissuto come indice di debolezza, in un campeggio per roulotte dimenticato da Dio, negli angoli di una casa da sogno acquistata col denaro ottenuto da un brutto divorzio. Sono consapevoli dei loro errori e della necessità di un cambiamento, eppure non reagiscono, forse bloccate dalla paura, o dalla semplice pigrizia.
Osservando il delicato tessuto della vita quotidiana delle sue protagoniste, Miller ci narra l’amore degli incompresi, la ricerca di conforto nelle cattive abitudini di cui non si riesce a fare a meno e i dettagli quotidiani di rapporti destinati a finire. Con l’onestà che contraddistingue la sua scrittura, Mary Miller firma ancora una volta un lucido e struggente ritratto della femminilità oggi.




giovedì 15 giugno 2017

RECENSIONE || "Il giardino delle delizie" di Joyce Carol oates



<< Se paragoni quello che c'è a quello che c'era le cose sono sempre più difficili. >>

Con "Epopea" si intende l'ampia narrazione poetica di gesta eroiche, e con l'epopea americana Joyce Carol Oates svela e straccia il sogno americano, nel suo inconfondibile stile cupo e sincero rintracciabile in altri suoi che libri che mai hanno mancato di evidenziare aspetti scabrosi e agghiaccianti prettamente americani.

Tra il 1966 e il 1969 la Oates scrive questa quadrilogia di cui per ora sono disponibili "Il giardino delle delizie" e "I Ricchi", i volumi che completeranno il quadro usciranno in autunno "Loro" e "Il paese delle meraviglie" per Il Saggiatore. 

In "Il giardino delle delizie" la protagonista indiscussa e fulcro della storia è Clara Walpole. 

Il libro si apre su tre generazioni partendo dallo scalino più basso della società, il padre di Clara, Carlton, raccoglitore di frutta che a malapena riusciva a nutrire la sua famiglia lavorando e finisce con il punto di vista del figlio di Clara, Steven, ricco e futuro ereditiero. 
Clara era la figlia preferita di Carlton. La vita nelle baracche era insostenibile se non con un fiasco di vino sempre accanto alla sedia. Una sera in cui Carlton era particolarmente ubriaco picchia per la prima volta  Clara, una ragazzina ossuta di quindici anni. Clara fugge dal campo e incontra Lowry un uomo più vecchio di lei di cui si innamorerà perdutamente e che si prenderà cura di lei per due anni. Lui solo alla fine di questo periodo si concede a Clara. Ma la felicità è ben distante e Lowry la lascia per andare in Messico, inconsapevole che Clara è incinta. 

Clara desidera un futuro radioso per lei e per il bambino di Lowry. Quando Lowry la lascia, Clara  pensa a un piano per riuscire a far avere al suo bambino -Steven, che lei chiamerà dolcemente Swan- tutto ciò che lei non ha avuto: soldi, ricchezza, rispetto e potere. Riesce a ingannare Curt Revere, l'uomo più ricco di Titern, che da quel momento in poi soddisfa ogni suo desiderio (come risarcimento di una gravidanza indesiderata) e che porterà nella sua grande casa alla morte della moglie. Clara cerca in ogni modo di nascondere le sue origini con gioielli, vestiti di sartoria, tagli di capelli alla moda. Nessuno deve sapere da dove viene, le sue origini di "feccia bianca" devono rimanere segrete. Si immedesima così bene nel personaggio della ricca signora Revere da disprezzare chi è povero, chi fa l'autostop sull'autostrada.

Il sogno americano inseguito da Clara le si rivolterà contro nella forma di chi le sta più a cuore: suo figlio. Le sue menzogne, il suo amore negato per Lowry -un amore che l'avrebbe riportata a uno stile di vita precario, meno abbiente, che non le assicurava un nome e la ricchezza- il peso caricato su  Steven di stare vicino al padre perché un giorno tutto sarà suo, i segreti confidati a un bambino di soli sette anni, distruggeranno tutti i suoi sforzi portando Steve alla follia.

La trasformazione di Clara dall'infanzia alla vecchiaia è evidente: da bambina dolce e gentile che ascoltava la maestra e non sempre capiva, a cui piaceva guardare le immagini sul suo libro di testo, a giovane adulta piena di speranze con un lavoro normale ad arrivista ingorda di tutto ciò che è possibile acquistare.
Joyce Carol Oates passa da un presente (siamo agli inizi degli anni 30 del Novecento) disastroso nei campi di raccoglitori: baracche di carta catramata fetide, mogli sempre in attesa di un bambino, mocciosi sporchi e pidocchiosi trattati come cani; fino al termine del volume in cui la ricchezza e l'abbondanza regnano ma non regalano né serenità e nemmeno felicità.

Il sogno americano in "il giardino delle delizie" non viene inteso come frutto di un duro lavoro, ma con il semplice arricchimento, poco importa da dove viene. La differenza è abissale e palpabile se pensiamo che meno di cento anni fa Steinbeck dipingeva Lennie e George in "Uomini e topi" come raccoglitori che avrebbero messo da parte denaro sufficiente per vivere in una fattoria tutta loro, con il sudore della fronte; adesso ci troviamo di fronte una protagonista pronta a ogni cosa per avere il prestigio, un rispetto immeritato che gli altri notano ma a cui fanno presto l'abitudine. I parenti Revere vedono e sentono che non è della loro stessa pasta e Clara se ne accorge e cerca di coprire tutto con gli abiti costosi, cappelli biondi setosi, gambe magre e bianche. 
L'American Dream è stato definitivamente corrotto.

La storia non galoppa, non ha fretta, il suo scorrere è tortuoso, la macchina narrativa si appoggia su descrizioni meticolose su posti insani, denti marci, violenza. Un racconto repellente che Joyce Carol Oates non addolcisce e lascia che scorra, libera di scatenare nel lettore alle volte disgusto, più spesso pietà e compassione. 
I personaggi costruiti in modo magistrale, da Carlton a Steven, hanno una drammaticità intrinseca che rispecchia la crudeltà della vita. Anche il ricco Curt Revere ha poco di cui essere contento e sorride a malapena affidandosi alla fede quando uno dei suoi figli viene a mancare per un incidente, non riuscendo a ritrovare un equilibrio con il resto della famiglia. 

La prima parte in cui il narratore è Carlton, la descrizione della vita nei campi è cruda, nuda, selvaggia: è possibile percepire il calore del Sunshine State, il sudore, il fetore delle latrine, le case di carta catramata calde e umide, le mosche sul cibo, i bambini urlanti e sporchi, la stanchezza delle madri e la frustrazione degli uomini. Il racconto si mischia e si scontra poche volta con la Storia: come se Clara e la sua famiglia fossero al di là della realtà, in un posto che non viene toccato dalle cose vere ma solo dalle cose presenti del qui e ora. 
La caratteristica  che accomuna sia Clara che Carlton è il desiderio di avere di più, di ottenere di più dalla loro misera vita: Carlton confida nei lavori stradali da qualche parte al nord, è sicuro di sé perché ha qualche risparmio, si sente superiore al resto dei raccoglitori non dà confidenza a nessuno, non ride con gli altri, non è come gli altri. Clara crede che un giorno quando tutto sarà a posto, sarà bella e non solo carina, piacerà agli uomini, la guarderanno con occhi diversi senza il sospetto che sia una misera raccoglitrice con pochi stracci bucherellati, una bambina scappata di casa.


<< Voleva fare a pezzi quell'immagine: voleva diventare reale per quegli estranei che erano lì a giudicarlo. >>

Steven è il culmine dell'ascesa folle di sua madre, superficiale che lui non capisce, che non desidera: non ama i suoi fratelli, la sua intelligenza ingombra la sua mente è in contrasto silenzioso con Clara e per ribellione molla ogni tipo di istruzione dopo il liceo per inseguire le terre di suo padre, il suo denaro e il suo nome. 

<< Sembravano creature sul fondo del mare, che affondavano sotto il peso dell'acqua melmosa. >>

Joyce Carol Oates si riconferma una delle scrittrici più interessanti del nostro secolo continuando a smascherata i lati oscuri di un'America lucente in superficie e piena di ombre nella sostanza.


COPERTINA 8 | STILE 8 | STORIA 8 | SVILUPPO 8,5


Titolo: Il giardino delle delizie
Autore: Joyce Carol Oates, traduzione di Francesca Crescentini
Editore: Il Saggiatore
Numero di pagine: 510
Prezzo: 21,00 euro

Trama

Campi di segale sotto il sole abbacinante dell’Arkansas. Le mani strappano i frutti dalla terra, la terra prude e si mangia le mani. I braccianti arrancano nel meriggio insieme ai cavalli e il sogno americano è un abbaglio nell’afa, una zacchera di fango sulla schiena, un canto di nostalgia e speranza spezzato dalle spighe del grano.
Clara è la figlia di due contadini e trascorre l’adolescenza a correre tra gli odori aspri ed erbosi delle piantagioni, e a rubacchiare oggetti insignificanti nei negozi per divertimento e noia. Vagheggia un futuro di emancipazione, ricchezza e amori idilliaci; fantastica di evadere dalla promiscua violenza del suo mondo provinciale gettandosi con abbandono in ogni avventura: prima con Lowry, fascinoso e ribelle apolide che la strappa alla famiglia e l’abbandona subito dopo averla ingravidata; poi con Revere, facoltoso uomo già sposato che Clara seduce in cambio di una promessa di stabilità economica; infine con suo figlio Swan – l’ennesima speranza di riscatto, l’estrema illusione di una riscossa impossibile –, destinato però a diventare un uomo violento e autodistruttivo e a far naufragare anche gli ultimi sogni della madre.
Primo capitolo dell’Epopea americana di Joyce Carol Oates, Il giardino delle delizie racconta l’America proletaria degli anni cinquanta e sessanta, l’America white trash, avida di scalate sociali e rivincite, cianotica per i pugni incassati dai bastardi nelle bettole e dalla vita. Manescamente sordida, fumeggiante e sognatrice. Attraverso gli occhi di una ragazza fragile e bellissima, straziata dai desideri e dai demoni sociali ereditati – che ricorda nella sua tormentata grazia la Pamela di Samuel Richardson –, Oates tesse una storia di abusi e violenze, un ritratto impareggiabilmente realistico di quella impetuosa fiumana americana che travolge e annega i suoi figli, attirandoli ai margini dell’esistenza, senza possibilità di ritorno, nel miraggio di un paradiso terrestre, un giardino delle delizie che si rivela, alla fine, una terra desolata.


L'AUTRICE



Joyce Carol Oates è una scrittrice americana. Per il Saggiatore sono usciti Ragazze cattive (2004), Per cosa ho vissuto (2007), La ballata di John Reddy Heart (2010), Acqua nera (2012), Una famiglia americana (2014), Zombie (2015), Jack deve morire (2016) e la quadrilogia Epopea americana (2017): Il giardino delle delizie, I ricchi, loro e Il paese delle meraviglie.

martedì 6 giugno 2017

RECENSIONE || "Non lasciare la mia mano" di Michel Bussi



<< In un primo momento tutto fa pensare a una storia banale: una lite, un incidente, Martial Bellion va nel panico, chiama la polizia, confessa... >>



Pronti per entrare a far parte dei segreti dell'isola di Réunion? Situata a est del Madascar questa piccola isola di dominio francese è la protagonista indiscussa del nuovo romanzo di Michel Bussi "Non lasciare la mia mano", Edizioni E/O, un miscuglio di razze, colori, storie, superstizioni il tutto attorniato da paesaggi mozzafiato. Amante delle piccole comunità -segreti tramandati per generazioni, anziani con una memoria da elefante e rancori incancreniti, mezze verità- prima quella del paese di Monet in Normandia in "Ninfee nere" e dopo per le curve pericolosissime della Corsica in "Tempo Assassino", Bussi costruisce un altro e più psicologico thriller.


Questa volta il protagonista è Martial Bellion padre di famiglia con un passato tanto
oscuro alle spalle quanto poco chiaro: un figlio nato da una precedente relazione affogato nell'oceano, su una spiaggia nota per i suoi pericolosi fondali profondi della Réunion; il caso è stato chiuso con l'etichetta di "incidente". Ora è tornato all'isola del misfatto come turista all'hotel Alamanda, con la sua figlioletta di sette anni Josapha e sua moglie Liane. Sembrano una coppia perfetta uscita dalle pagine di una rivista patinata completa di figlioletta capricciosa, viziata tendente alla dittatura più completa e sadica.


<< Nascondersi. Mentire. Fuggire. Uccidere.
Ha scelta? >>


Tutto sembra andare bene finché Liane non sparisce dall'hotel: la camera ha grosse macchie di sangue e il marito è il primo sospettato. Di colpo Martial se ne va con la figlia, fugge per la piccola isola: un'ammissione di colpevolezza in piena regola, un caso da manuale se non manchi sia il cadavere di Liane che l'arma del delitto. Impossibile trovarlo anche se l'agente Purvi, comandante della stazione dell'isola, dispiega tutte le forze a sua disposizione. I posti di blocco non riescono a trovarlo, le ricerche sono vane ma mentre Aja Purvi -bellissima donna creola- si accanisce nel rintracciare Martial, il suo partner Christos e la sua bella Imelda -la Miss Marple Nera- giocano di fino completando il puzzle della vita di questo uomo apparentemente mite con uno scheletro nell'armadio. I pezzi si incastrano solo alla fine quando ormai è troppo tardi oppure giusto in tempo, punti di vista.


<< Deve per forza aver sbagliato qualcosa.
Troppo giovane, troppo donna, troppo creola. Triplo handicap. Domattina glielo faranno capire. >>


I personaggi, ancora una volta familiari e degni dei polizieschi più raccapriccianti, sono rappresentati a grandi pennellate, il loro passato viene rievocato senza calcare troppo la mano. Tutta la storia si basa sui fatti salienti di Martial Bellion presenti e dimenticati. La trama è ingannevole, ci si aspetta leggendo le prime cento pagine un veloce inseguimento per poi passare a un'indagine più classica, il profilo dei protagonisti, che benissimo starebbero in un qualsiasi mediocre thriller dalle sfumature scure, si scontrano e si spaccano contro a una trama all'apparenza all'inverso -in cui il colpevole ci si presenta senza sforzo- ma che nasconde un fondo ben più profondo e perverso. Il risultato è magnetico, la curiosità porta il lettore nel sacco dell'autore che lega il guinzaglio stretto a una macchina narrativa galoppante, che non si arresta che lascia spazio a una gamma di supposizioni infinita ma inutile senza le informazioni sbriciolate nel corso della vicenda.

"Non lasciare la mia mano" si conferma il thriller meglio riuscito di Bussi, con subito al seguito "Ninfee nere" dai toni più misteriosi e magici ancora differente rispetto a "Tempo Assassino" il romanzo più forzato e artificioso dell'autore di gialli francese. 



COPERTINA 8 | STILE 7 | STORIA 7 | SVILUPPO 7,5


Titolo: Non lasciare la mia mano
Autore: Michel Bussi, traduzione di Alberto Bracci Testasecca
Editore: Edizioni E/O
Numero di pagine: 254
Prezzo: 16,00 euro





Trama

Un omicidio non è un omicidio se non c’è un cadavere, e il cadavere di Liane Bellion non si trova. Eppure ci sono schizzi di sangue nella sua camera d’albergo. Ed è sparito un coltello. E qualcuno giura di aver visto il marito, Martial, spingere un carrello fino al parcheggio con fare sospetto: il cadavere della moglie? È la settimana di Pasqua e l’isola della Réunion, paradiso tropicale francese in mezzo all’Oceano Indiano, pullula di turisti, il che non impedisce alla giovane e ambiziosa comandante della brigata di gendarmeria, Aja Purvi, di affrontare il caso senza riguardi per nessuno. Nelle indagini è coadiuvata dal fido sottotenente Christos Konstantinov, uno strampalato cinquantenne che sull’isola è soprannominato il “profeta”, gran bevitore e fumatore di marijuana nonché fine investigatore. È caccia all’uomo sull’isola intensa, come i francesi chiamano La Réunion: un vulcano di più di duemila metri circondato da deserti di cenere, foreste tropicali e barriere coralline. Come fa un uomo solo, con una bambina di sei anni al seguito, a sgusciare continuamente tra le maglie dello spiegamento di forze più imponente che sia mai stato messo in atto sull’isola? Ma forse c’è lo zampino di una misteriosa dama azzurra con l’ombrello... Ancora una volta Michel Bussi stupisce tutti con un finale che è un colpo di scena del tutto inaspettato. 


L'AUTORE

Michel Bussi è l’autore francese di gialli attualmente più venduto oltralpe. È nato in Normandia, dove sono ambientati diversi suoi romanzi e dove insegna geografia all’Università di Rouen. Ninfee nere(Edizioni E/O 2016) è stato il romanzo giallo che nel 2011, anno della sua pubblicazione in Francia, ha avuto il maggior numero di premi: Prix Polar Michel Lebrun, Grand Prix Gustave Flaubert, Prix polar méditerranéen, Prix des lecteurs du festival Polar de Cognac, Prix Goutte de Sang d’encre de Vienne. 


mercoledì 31 maggio 2017

RECENSIONE || "Grande Era Onirica" di Marta Zura-Puntaroni

<< Mi piace pensare che non ci sia un motivo interno che mi fa essere quello che sono, ma che tutto possa essere spiegato da quello che ingerisco, fumo, bevo. >>

Chiacchierato, forte, aggressivo a partire dalla cover nera con una donna in posizione fetale, di sicurezza, di difesa in attesa di un attacco "Grande Era Onirica" di Marta Zura-Puntaroni, Minimum Fax, è un romanzo in cui la protagonista, perfetta sagoma dell'autrice, vive una vita fatta di sbalzi. Sbalzi d'amore, sbalzi di vita, sbalzi causati dagli psicofarmaci. 



Fin dalla prima pagina si nota subito lo stile scanzonato, senza pudore, senza tabù, graffiante, crudo e in alcuni punti un po' prepotente di Marta una giovane donna che ha appena concluso gli studi a Siena (descritta come casa, sentita come luogo in cui tornare, in cui costruire la sua vita adulta rispetto alla sua terra natia, le Marche, il posto dell'infanzia) dove ha frequentato Lettere Moderne ottenendo ottimi risultati nonostante la sua poca dedizione allo studio. La sua vita attuale viene suddivisa in Grande Ere Oniriche in cui un farmaco, un cocktail, una marca di sigarette o un evento ne caratterizzano l'andamento.
Dai Martini al Tavor, dal pavor notturno alla Grande Era Onirica dei ventuno giorni, i sogni che Marta fa sono profetici, indicazioni stradali per prendere la via giusta, chiave con cui cerca di dare un senso alla sua vita, ai comportamenti delle persone che la circondano.

<< Ci sono quelle che chiamo Grande Ere Oniriche. Le Grandi Ere Oniriche sono strettamente collegate alle mie dipendenze, e all'interno delle Grande Ere Oniriche posso riconoscere i fili conduttori delle sostanze, qualcosa di chimico che lega assieme gli spasmi notturni della corteccia prefrontale e sembra quasi dar loro un senso. >>

Un romanzo profondamente introspettivo in cui Marta non si tira indietro e mette a nudo non solo se stessa ma anche le sue paure, i suoi traumi, la parte più debole di lei. Lo stile e il ritmo di Marta sono magnetici, galoppanti: racconta in prima persona - immersa nella storia fino al collo - cose di vita quotidiana tra l'università, la relazione con un professore  - "L'Altro" - insoddisfacente e masochista ma che crea in lei una dipendenza e un dolore imprescindibili dalla sua vita, di cui non si può liberare, gli psicofarmaci per combattere la depressione e per dormire, i dosaggi cambiati che le stravolgono i momenti di veglia e di sonno e di conseguenza le fanno perdere l'equilibrio, i sogni che la tormentano. 
La miscela di ciò che ogni giovane potrebbe trovare all'interno della sua di vita, spinto verso l'estremo, è esplosivo; Marta o la sia ama o la si odia, non esiste una via di mezzo, lei è fatta così selvatica, indomabile, solitaria e allo stesso tempo nasconde sentimenti forti che si legano a certe persone che fanno parte della sua vita, che si sono conquistate con tanta fatica la sua fiducia. Non solo crea un quadro generazionale che mette in evidenza i problemi che molti giovani di oggi (io compresa) provano all'interno della società, ma resuscita esperienze di vita che ogni individuo ha passato. 
Basti pensare al memoir recentemente pubblicato da L'Orma Editore di Annie Eranux "Memoria di Ragazza": più blando in certe parti ma ritroviamo lo stesso spaesamento di Marta verso la vita, la voglia di provare qualcosa di estremo che per la prima, Annie D., si trasla nel rubacchiare nei negozi londinesi, per la seconda avvicinarsi sempre di più al guardrail, sterzare violentemente verso sinistra, le esperienze sessuali deleterie ma impossibili da evitare.

<<Come adesso con l'Altro, le mie amiche mi dicevano: questa relazione ti sta distruggendo. [...] Perché, mi chiedo, ogni volta che mi sono trovata in una relazione che ho sperato che durasse il mio cervello ha smesso di funzionare? perché frano dentro tutta e lascio scivolare tutto via con me, come qualcosa di costruito su un terreno di una dolina di crollo - perché tutto di crepa e si distrugge? >>

Ed è così che Marta toglie il velo di ipocrisia che copre la società parlando esplicitamente di una sessualità alle volte agli estremi, alle volte rifiutata, alle volte insaziabile fino ad ora appannaggio esclusivamente maschile. Certo, crea sorpresa leggere dei giochi erotici tra lei e il professore, una ragazza così giovane con uomo fatto e finito ma se subito mi è scappata un'esclamazione d'imbarazzo spiccatamente borghese, un momento dopo facevo il tifo per questa scrittrice che non si è trattenuta e ha svelato anche questo lato spesso tenuto oscuro e segreto. Un'altra qualità di Marta che a me è piaciuta moltissimo è la ricerca del nome giusto per ogni cosa e per ogni persona: nel romanzo nulla è approssimativo, nulla è descritto a grandi linee. Ogni parte del corpo ha


un nome, ogni effetto delle medicine è riferito alla perfezione, ogni persona che ha uno spazio nella sua vita ha un soprannome, definitivo, rappresentativo -l'Hippy, la Ste, L'Altro, il Primo, il Poeta- quasi maniacale; Marta ha completo controllo su tutto ciò che la circonda. Il suo è un sentire forte, senza eco, ma continuo: se è vero che Grande Era Onirica è lo specchio della mia, della nostra generazione, posso assolutamente affermare che ci ascoltiamo molto, troppo, analizziamo tutto, nulla viene lasciato al destino, nulla viene lasciato sbiadire o maturare, ogni cosa deve essere monitorata, stimolata oppure repressa.

<< Mi stanno rifacendo l'impianto del subconscio, per adesso sono senza una residenza psicologica adulta: sono tornata per qualche mese all'adolescenza, per adesso sto qui. >>

Un romanzo che fa riflettere ma che sopra ogni altra cosa trasmette emozioni forti da cui il lettore non può scappare.


COPERTINA 7 | STILE 8 | STORIA 7/8 | SVILUPPO 7,5


Titolo: Grande Era Onirica
Autore: Marta Zura-Puntaroni
Editore: Minimum Fax
Numero di pagine: 180
Prezzo: 16,00 euro

Trama

La vita della giovane Marta è un viaggio impaziente tra i viali di Parigi, le piazze di Siena e i boschi delle Marche. È un viaggio tramato da amori assoluti e assolutamente sbagliati, cosparso di farmaci e rituali per tenere a bada l’ansia, nell’attesa testarda della felicità. Marta sa di aver estratto una buona carta alla ruota dei destini, tutto è stato preparato perché le cose vadano nel verso giusto per lei, ma lo stare bene è la superficie levigata e illusoria di un lago ghiacciato. Marta si muove verso il centro, dove la crosta è più sottile e il pericolo non si percepisce e a volte sprofondare è inevitabile. Ma lei non si rassegna, risale ostinata tra le onde dei sogni e delle sostanze, della storia familiare e della passione fatale per un uomo molto più grande di lei. Grande Era Onirica è un romanzo poco educato, coraggiosamente sincero e commovente, sostenuto da una scrittura virtuosa, lucida e sognante

L'AUTRICE

Marta Zura-Puntaroni è nata a San Severino Marche e vive a Siena, dove ha studiato letteratura ispanoamericana. Lavora come social media manager nel campo della moda e cura il blog Diario di una SnobGrande Era Onirica è il suo romanzo d’esordio.




martedì 30 maggio 2017

RECENSIONE || "Il mandarino meraviglioso" di Asli Erdogan



<< Il proprio Paese, una volta intollerabile, si è trasformato adesso in un paradiso dei sogni perduto, ma ormai, ai sogni non crede più. [...] La Turchia mi aveva rubatogli anni della prima adolescenza e quelli nessun altro Paese poteva rendermeli. [...] Il mio inferno non era né il mio Paese, né qui. Lo trasportavo dentro, proprio come le immagini del paradiso. >>

"Nel vuoto dell'occhio perduto"



Ero estremamente curiosa di leggete Asli Erdogan, autrice tra le più attuali e importanti di origine turca. I suoi racconti mi hanno incuriosita a partire dal titolo "Il mandarino meraviglioso", Keller Editore. E proprio uno dei più racconti porta lo stesso titolo della raccolta, la storia di un anziano che picchiato e pestato non riporta ferite o botte, ma la ragazza che dopo lo accarezza gli procura ferite e lacerazioni fatali. L'autrice identifica questo racconta come << una delle mie storie preferite >>.



E questo è il tono dell'intero volume in cui la protagonista, Cassandra, << una donna che veste sempre di nero, magra nervosa, dalle mani che tremano gli zigomi alti. Un volto che ricorda la gente dell'Est, misterioso, occhi grigi...>> turca che appartiene a Istanbul ma che per amor proprio, un po' per ribellione, si rifugia a Ginevra, Svizzera, una città fredda in cui non si riconosce perché non viene accettata. Cassandra ama passeggiare durante la notte per le vie più antiche della città, attraversa il ponte in cui i due fiumi si incontrano, percorre le vie dove le prostitute mostrano le gambe e in ogni kebab c'è un incontro tra spacciatori e drogati. In questa piccola descrizione possiamo di certo vedere la protagonista come una traslazione su carta fedele, almeno emotivamente, del ritratto della nostra autrice, che per anni ha lavorato al CERN di Ginevra.



<< Nella luce pallida dei lampioni della strada, nonostante non avesse ancora trent'anni, una donna esaurita, un po' misteriosa, un po' tragica, una donna stanca. In ogni caso un personaggio di un romanzo. >>


È una creatura della notte, forte che accetta e combatte la solitudine, innamorata di un uomo che le guarda l'anima, Sergio che la lascerà senza una spiegazione, rubandole la sua serenità e la sua metà. Poco dopo l'addio di Sergio, Cassandra perde un occhio: l'analisi che fa delle sensazioni che prova, il mondo visto senza profondità, con dolore, in ombra sono profonde e dettagliate, minuziose 

<< osservavo solo luoghi, i tesori nascosti dei marciapiedi. Biglietti d'autobus, mozziconi di sigaretta, più in là il filtro di una canna, escrementi di cane, fazzoletti di carta, latte di birra vuote... In un altro momento non avrebbero sicuramente attirato la mia attenzione, ma adesso ognuno si trasformava in racconto, con l'accumulo di piccoli niente >> e gli sguardi degli altri la spingono ancora di più a uscire sempre meno di giorno e di più di notte fino all'alba << Fratè , io stanotte devo aver perso la testa. Sono due volte che vedo il fantasma di una donna con un occhio solo. >> . Impossibile non fare caso alla perdita dell'amante e alla poco lontana scomparsa dell'occhio sinistro, come le cose fosse quasi conseguenti, naturali.


<< Ma la separazione del doppio ci spaventa ancora di più dell'annientamento. >>


Il tema del doppio, dell'amore composto da due persone e da due anime (spesso si riferisce all'unione sessuale di lei e di Sergio come i due fiumi che si unisco, creando un novo, unico, fiume) e la mancanza della parte speculare è sentito fortemente dall'autrice che pone l'accento più di una volta sugli sguardi e i pensieri sconvolti di chi la guarda e non la guarda, dei commenti degli stranieri che pensano che lei non capisca la loro lingua. Un fantasma, una presenza appena percettibile che vaga senza meta ma che osserva, rivive, rimastica in continuazione.



<< Sono il fantasma scuro della solitudine. Senza sguardo. Da un solo sguardo. >>


Asli Erdogan prima di essere una scrittrice è una donna che sente molto, sensibile a tutto. I suoi racconti sono profondamente introspettivi che spesso cadono nella nostalgia, nella malinconia nella vera e propria disperazione. Cassandra è venata di tristezza di nostalgia vero Istanbul che la richiama spiritualmente ma che lei censura per la sua cultura che ghettizza le ragazze a cui non è permesso vivere liberamente come invece riesce a fare a Ginevra dove però non è integrata. Nei racconti c'è uno sguardo agli altri immigrati come lei, - che critica e vede spesso in maniera negativa ma che non piò fare a meno di sentirli più vicino a lei - e uno sguardo ai ricchi svizzeri dai toni pacati, gli sguardi seri. 



Da questo quadro ne esce una raccolta davvero intensa in cui il lettore che si immerge a primo acchito si ritira e in contemporanea vuole capire di più di Cassandra. Le tinte scure, opache con cui Asli Erdogan ricopre ogni cosa anche l'amore, anche l'amicizia deprimono e mostrano immagini forti. Al contempo riferisce le sensazioni di chi esiliato deve vivere in una terra che non è sua in cui non ritrova né gli odori, né i sapori e nemmeno gli odori del proprio Paese, rendendo questo piccolo volume più attuale di quanto possa sembrare. 





COPERTINA 7 | STILE 8 | RACCONTI 7 




Titolo: Il mandarino meraviglioso
Autore: Asli Erdogan, traduzione di Giulia Ansaldo
Editore: Keller Editore
Numero di pagine: 168
Prezzo: 14,00 euro

Trama:

Una giovane donna turca cammina nell'oscurità della notte, lungo le vie solitarie e misteriose della Città Vecchia di Ginevra. 

Dopo la partenza del suo amato passa le serate nei caffè. In questi luoghi troppo luminosi, fumosi, qualche volta accoglienti, scrive e riflette sulla gioventù sprecata, ripercorre la propria vita fino al luogo delle origini, sulle rive del Bosforo, lì dove la paura è cominciata.
Perché nella sua terra natia essere libera significava infrangere i divieti e le restrizioni, e l'unico modo per farcela era andar via...
Una storia di emigrazione, di identità perse e ritrovate, di spaesamento. Una novella iniziale e una manciata di brevi racconti per farci conoscere la voce originale di una scrittrice che si pone a cavallo di continenti e culture tra loro molto diversi.
Unanimemente definita come una delle autrici più interessanti di questi ultimi anni, è stata inserita dal magazine francese «Lire» nella classifica dei 50 Writers of Future.



L'AUTRICE 

Aslı Erdoğan è nata a Istanbul. Laureata al Robert College nel 1983 e presso il Dipartimento di Ingegneria Informatica di Boğaziçi University nel 1988, ha lavorato in varie parti del mondo prima di tornare in Turchia e diventare scrittrice a tempo pieno. 

Il suo primo romanzo, Kabuk Adam, è stato pubblicato nel 1994; in seguito esce Il mandarino meraviglioso, una serie di racconti legati uno all'altro. Nel 1998 vede la luce il romanzo Kirmizi Pelerinli Kent che viene tradotto in varie lingue guadagnandosi il riconoscimento della critica e dei lettori.

giovedì 25 maggio 2017

RECENSIONE || "Allontanarsi" di Elizabeth Jane Howard - La Saga dei Cazalet

<< Comunque sia, adesso gli mancava il loro vecchio affiatamento, il loro affetto reciproco, con l'aggravente che quello era esattamente il tipo di problema che in altri tempi avrebbe risolto parlandone con Sibyl, della cui sensibilità e del cui buon senso Hugh era ancora più accuratamente consapevole ora che non poteva più beneficiarne. >>

Il quarto volume della Saga dei Cazalet si apre quasi subito con un'immagine nostalgica e malinconica, In primo piano vediamo Hugh pensare a come far fronte alla scomparsa della moglie Sibyl: come farà senza di lei? Con chi si confiderà? Le manca conversare con lei, l'unica che riusciva a farlo ragionare sui problemi dando un punto di vista nuovo, una svolta alla questione. 

E proprio di sentimenti di questo tipo si parla in "Allontanarsi", di Elizabeth Jane Howard, Fazi Editore, i personaggi si disgregano dal nucleo principale non solo fisicamente lasciando Home Place per spostarsi a Londra dove la guerra pur essendo finita ha ancora evidenti strascicati del conflitto - palazzi inagibili, sacchi di sabbia dimenticati, le tessere del razionamento e le uova disidratate, -ma anche psicologicamente sono lontani dalla vita ovattata e un po' noiosa della campagna, finalmente (ri)entrano nel vasto mondo che scoprono davvero crudele.



<< È il modo in cui va il mondo, credo. Insomma, non vedevamo l'ora che finisse la guerra, perché allora la vita sarebbe stata meravigliosa e tutta nuova, ma invece non lo è. Volevamo tanto la pace, ma a quanto pare la pace non ha reso felice nessuno. >>

"Confusione" aveva messo le basi per grandi cambiamenti nella famiglia Cazalet, la guerra ha messo a dura prova tutti a partire dalla parte femminile della terza generazione: Louise, Clary e Polly bloccate in un'impasse obbligata dalla guerra. Adesso tutti hanno un motivo per crucciarsi e allontanarsi dagli altri membri della famiglia più o meno volentieri. Come nei migliori romanzi l'amore è ciò che fa scattare scintille e motivazioni in tutti i personaggi: Edward con Villy, Zoe e Rupert con il passato, Clary dal suo nuovo lavoro e dal suo primo, tremendo amore; Polly si allontana dalla famiglia verso una felicità luminosa, Louise riprendere in mano la sua vita consapevole di, non solo, non essere felice ma anche di creare infelicità in chi le sta attorno. 

Ognuno in questo romanzo affronta le sue personali tragedie e gli eventi felici memorabili. Matrimoni, divorzi  e funerali sono all'ordine del giorno, solo un personaggio fa da perno, e pur avendo piccoli spazi nel libro, è sempre di fondamentale importanza: Kitty, la Duchessa, che dispensa consigli e capisce più di quanto gli altri vogliano comunicarle, in qualche modo a passo con i tempi, non giudica nessuno e considera la vita come un continuo flusso di sorprese a cui reagisce con una calma imperturbabile come chi ha già visto tutto e subodora anche di più. La Duchessa evidenzia ancora di più l'allontanarsi del resto della famiglia, lei torna a Home Place, rimane sempre la stessa con il suo giardinaggio e il suono del pianoforte la sera. I giovani e la seconda generazione fuggono da lì per ritrovarsi in America o in Francia o semplicemente in uno squallido appartamento londinese.


<< "Se fossimo in un romanzo o in una commedia", disse lei malinconica, " uno di noi due diventerebbe un grandissimo pittore. In un brutto romanzo lo diventeremmo entrambi, Invece nella realtà...".
"Io sono una specie di contadino..."
".. e io una commessa", chiosò lei. >>

In questo quarto volume Elizabeth Jane Howard distingue la famiglia Cazalet (le donne sposate, le ragazze e gli uomini) da quelli che denomina "Gli Altri". Un punto di vista esterno che guarda la famiglia con occhio benevolo o con intenzioni assolutamente meno positive ma che aiuta il lettore a completare il quadro dei Cazalet con maggiori informazioni. Proprio ne "Gli Altri" troviamo Archie l'amico più fidato di ogni Cazalet, colui che custodisce tutti i segreti e fa da bastone a chi è caduto, soprattutto Polly e poi Clary. Diana, l'amante di Edward, che cerca in tutti i modi di tenere per sé Edward e una volta riuscita nell'impresa si accorge che forse non era ciò che voleva davvero. 

"Allontanarsi" si conferma il mio preferito, il volume più denso per quanto riguarda avvenimenti ed emozioni, le acque si smuovono, gli equilibri si rompono, si interrompono strade per prenderne di completamente diverse, ogni cosa è in gioco, la vita non si ferma, scatta, non perde tempo, la quotidianità incalza e non c'è scampo. Elizabeth Jane Howard manifesta questa urgenza anche nello stile, senza contare i capitoli e le sezioni, apre ogni scena su un'azione, una situazione in essere in cui sta al lettore orientarsi, capire da quale punto di vista (di chi) la scena viene rappresentata. Alle volte ritrovare il nord è davvero complicato e dopo buona una pagina si riesce a indovinare chi adesso è protagonista del libro.  
Con pennellate sapienti il mondo dei Cazalet viene rappresentato non solo negli ambienti ma soprattutto per quanto riguarda sentimenti ed emozioni dei personaggi: ognuno di loro rappresenta una sfaccettatura del lettore sancendo così il successo del romanzo. L'empatia è la qualità migliore che ho sempre sottolineato nei libri di Elizabeth Jane Howard.

Non ci resta che aspettare l'autunno e il quinto volume della saga di una delle famiglie più seguite nel mondo letterario dopo i Budenbrook.



COPERTINA 7 | STILE 8 | STORIA 8,5 | SVILUPPO 8,5


Titolo: Allontanarsi
Autore: Elizabeth Jane Howard, traduzione di Manueal Francescon
Editore: Fazi Editore
Numero di pagine: 669 
Prezzo: 20,00 euro

Trama

È il 1945 e la guerra è finita. Il momento tanto atteso e sognato dai Cazalet per anni è finalmente arrivato. Eppure l’eccitazione di fronte alla notizia che le armi sono state deposte è ormai sopita, e l’Inghilterra è ancora paralizzata nella morsa della privazione. Mentre l’impero si disgrega, a Home Place i Cazalet si apprestano a trascorrere quello che ha tutto il sapore dell’ultimo Natale insieme: il sapore malinconico del tempo che passa. I bambini sono ormai cresciuti, le ragazze si sono fatte donne, gli adulti cominciano a invecchiare.
La lunga convivenza forzata è finita e la libertà obbliga a prendere delle decisioni: dovrebbe essere un momento felice, ma la guerra ha lasciato una ferita profonda, e ricominciare non è facile. Il futuro è incerto e una patina triste ammanta le giornate. Per ognuno è giunto il momento di prendere la propria strada, e inevitabilmente ciò porterà i membri della famiglia ad allontanarsi l’uno dall’altro.
In questo riassetto difficile, gli amori faticano più di tutti: le coppie che erano state divise dalla guerra stanno lottando per rimettere insieme i pezzi, mentre per quelle che la guerra aveva tenuto insieme forse è ora di ammettere il proprio fallimento. Ma nelle ultime pagine comincia a soffiare un vento nuovo: ce ne accorgeremo nel finale a sorpresa, che riaccenderà la speranza…
I diritti della saga dei Cazalet sono stati acquisiti dai produttori di Downton Abbey per la realizzazione di una nuova serie tv, attualmente in fase di lavorazione.

L'AUTRICE

(Londra, 1923 – Bungay, 2014). Figlia di un ricco mercante di legname e di una ballerina del balletto russo, ebbe un’infanzia infelice a causa della depressione della madre e delle molestie subite da parte del padre. Donna bellissima e inquieta, ha vissuto al centro della vita culturale londinese della seconda metà del Novecento e ha avuto una vita privata burrascosa, costellata di una schiera di amanti e mariti, fra i quali lo scrittore Kingsley Amis. Da sempre amata dal pubblico, solo di recente Howard ha ricevuto il plauso della critica. Scrittrice prolifica, è autrice di quindici romanzi. La saga dei Cazalet è la sua opera di maggior successo, con otto milioni di copie vendute. Fazi Editore ha pubblicato il romanzo Il lungo sguardo nel 2014 e i primi tre capitoli della saga: Gli anni della leggerezza nel 2015, Il tempo dell’attesa e Confusione nel 2016. Di prossima pubblicazione l’ultimo volume della serie.