lunedì 22 maggio 2017

RECENSIONE || "Memoria di Ragazza" di Anni Ernaux

<< Non sono culturale, per me conta solo una cosa, cogliere la vita, il tempo, comprendere e godere.
È questa la più grande verità di questo racconto? >>

Recensire un'autrice come Annie Ernaux non è per nulla semplice, ancora più complicato lo diventa quando lo scopo del suo ultimo memoir è rivivere gli anni di ragazza ossia quel lasso di tempo della vita di qualsiasi giovane adulta (o adulto) in cui ci si stravolge, non ci si riconosce più. 
Un periodo che di solito vogliamo nascondere, cancellare, vaporizzare dalla memoria e per questo ancora più nobile è il suo intento; ed ecco che "Memoria di Ragazza", L'Orma Editore, si concretizza.

<< Esplorare il baratro tra la sconcertante realtà di ciò che accade nel momento in cui accade e la strana irrealtà che, anni dopo, ammanta ciò che è accaduto. >>

Una fase orribile, ma secondo me necessaria per una crescita sana, che Annie Duchesne (non ancora Ernaux) attraversa dal 1958 fino al 1960, in cui da ragazzina di paese che viene dal collegio gestito dalle suore, all'età di diciotto anni va a fare l'educatrice in una colonia di bambini a S.

L'autrice ritrova una vecchia foto tessera e non si riconosce, non è più lei quella ragazza - un'estranea profondamente familiare, da qui il titolo "Memoria di Ragazza" - è qualcuno relativo al suo passato che rivive spesso in terza persona con un distacco terapeutico per la prosa e per il racconto degli eventi in maniera oggettiva, intervallato dalla voce di una Annie adulta, lontana, che ha la chiave di lettura per interpretare e rivivere in modo saggio e meno emotivo (ma non senza trasporto, livore, amore) quegli episodi che fanno arrossire e arrabbiare, o che si desidera rivivere.

<< A volte mi sembra che a vivere a S sia stata un'altra ragazza [...] non io. >>

<<  A che scopo scrivere, d'altronde, se non per disseppellire cose [...] >>

Annie Ernaux allora ci racconta della voglia - quasi una smania - di partire per la colonia a fare l'educatrice senza avere lo sguardo indagatore e iperprotettivo della madre. 
Lì dalla prima sera scopre il desiderio degli uomini nei suoi confronti, ma che in lei non lasciano alcun segno di piacere. Questa nuova emozione instillerà in Annie D. la necessità di avere su di se le attenzioni e il desiderio sessuale degli uomini che incontra durante la sua permanenza; la sua reputazione è seriamente a repentaglio ma non può fare a meno di provare godimento nel piacere a qualcuno. Si sente finalmente parte del gruppo e per non perdere la loro amicizia (effimera, falsa) accetta gli scherzi poco divertenti, le frasi oscene, il nome che le danno più spesso di quanto voglia: "Puttana della Domenica". Intanto fa esperienza anche del bruciante desiderio per H. che dopo averla avuta la prima sera la tiene a distanza fino all'ultima alimentando fantasie su fantasie, viaggi pindarici della mente che la portano immancabilmente tra le sue braccia. 

<< In lei non c'è più nulla di Yvetot, del collegio e delle suore, del bar - drogheria. [...] È abbagliata dalla sua libertà, dall'estensione della sua libertà. [...]Quella vita è tutto ciò che vuole. Ballare, ridere, far baccano, cantare canzonacce goliardiche, flirtare. Vive fino in fondo la leggerezza di essere svincolato dallo sguardo di sua madre. >>

Da questo punto la sua vita ha una sorta di declino sia negli studi (nel frattempo si è iscritta a un liceo femminile in cui non ha più ottimi voti) che nel fisico e nella mente. Il desiderio per H. non scema, anzi diventa potente e la distrae al punto da farle imboccare  strade sbagliate al bivio della vita, scegliendo ciò che le pare inizialmente la via meno impervia e più fruttuosa ma che non le recherà nessun tipo di soddisfazione fino a toccare l'apice dell'infelicità.

<< Per piacergli, per farmi amare, bisognava diventare qualcuno di radicalmente diverso, essere quasi irriconoscibile. >>

Solo con un cambiamento radicale Annie D. riuscirà a ritornare sul binario giusto, quello che la porterà alla stazione della Felicità. Il racconto dei suoi ricordi - alle volte puntuali, altre volte più nebulosi ma sempre fondati su scambi epistolari, pezzi di diario che ricorda, più spesso su canzoni che l'hanno segnata o film o ancora poesie o i libri di Simone Beauvoir e fotografie - è volto ad analizzare in maniera anche piuttosto dura la  Memoria di Ragazza di Annie: ci racconta il suo forte desiderio di avere addosso un uomo ogni sera durante il periodo della colonia, il suo mettersi in mostra con H., la sua gelosia verso la bella educatrice bionda, la sua vergogna per i genitori, la sua sfiducia nel futuro mentre frequenta la scuola per diventare maestra delle elementari, i fallimenti, o ancora il suo rapporto malato con il cibo.

In certi momenti si mostra compassionevole verso quella ragazza ingenua, un po' persa un po' vogliosa di avventure; altre volte la giudica, si riguarda da ogni angolazione, si rimette in gioco rivelando al lettore ricordi belli, di cui è orgogliosa, ma anche ricordi spiacevoli che le suscitano ancora emozioni negative ma che non cerca di nascondere al lettore. Annie Ernaux porta avanti un processo necessario per (forse) esorcizzare il passato che continua ad avere delle ripercussioni pesanti sulla Annie del futuro. 

<< La ragazza nella foto non è me, ma non è una finzione. Non esiste nessun'altra persona al mondo di cui abbia una conoscenza tanto estesa [...] >>

Il testo è denso, denso di termini significativi, di pensieri, sentimenti ed emozioni di
nuove e vecchie vergogne, quasi un flusso continuo con cui analizza, smonta e rimonta, ipotizza e dichiara una vita che non sente più di cui non riconosce più i contorni ma di cui sente tutt'ora l'effetto. Il suo è un prosare fluido, armonico da cui è difficile distaccarsi, attraente forse perché ognuno di noi ha vissuto qualcosa di simile durante lo stesso periodo anagrafico, anno più anno meno.
La storia che si dipana è quella di una ragazza illusa, poi disillusa, al vertice della vita sulla soglia dell'età adulta in cui il controllo tanto agognato e sperato porta non solo felicità e libertà ma anche scelte sbagliate, responsabilità, strade chiuse e amori non corrisposti. Il successo di Annie Ernaux è quello di riportare una storia di vita, la sua, che coincide a grandi linee con quella di ogni lettore, risollevando emozioni intime da confidare e rivivere soltanto con lei, con l'autrice che ci capisce che non scaglia la prima pietra ma fa un viaggio quasi purificatorio con noi.


COPERTINA 8 | STILE 9 | SVILUPPO 9,5


Titolo: Annie Ernaux
Autore: Annie Eranux, traduzione di Lorenzo Flabbi
Editore: L'Orma Editore
Numero di pagine: 236
Prezzo: 18,00 euro

Sinossi

Estate 1958. Per la prima volta lontana dalla famiglia, educatrice in una colonia di vacanze, una diciottenne scopre se stessa: l’amore, il sesso, il giudizio degli altri, la fatica di essere giovani, la sete di libertà. Tra la luce delle foto di quel tempo e il buio dei ricordi rifiutati, Annie Ernaux rivive l’età di passaggio che la trasformò in donna e in scrittrice, interrogandosi sui pensieri, le aspettative, le ritrosie (senza tralasciare i disturbi alimentari e le angosce della fertilità) della «ragazza del ’58». In pagine piene di inquietudini e dolori segreti, traboccanti di slanci e di canzoni – l’«esperanto dell’amore» –, è la vergogna del passato a generare la memoria, rivelandosi inaspettato dono, irrinunciabile arma in quella «colluttazione con il reale» che è al cuore dell’impresa letteraria di Ernaux. Memoria di ragazza, potentissima riflessione sulla scrittura e su un’epoca cruciale dell’esistenza, è il romanzo, proibito e inconfessabile, che l’autrice ha inseguito per tutta la vita.



L'AUTRICE


Annie Ernaux è nata a Lillebonne (Senna Marittima) nel 1940 ed è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese. Studiata e pubblicata in tutto il mondo, la sua opera è stata di recente consacrata dall’editore Galli­mard, che nel 2011 ne ha raccolto gli scritti principali in un unico volume nella prestigiosa collana Quarto. Nei suoi libri ha reinventato i modi e le possibilità dell’autobiografia, trasformando il racconto della propria vita in acuminato strumento di indagine sociale, politica ed esistenziale.

Amata da generazioni di lettori e studenti, le sue opere maggiori sono Gli anni (2008), romanzo-mondo salutato come uno dei capolavori dei nostri tempi (Premio Strega Europeo 2016), e Il posto (1983), considerato un classico contemporaneo. Della stessa autrice L'orma editore ha pubblicato nel 2016 L'altra figlia, mentre Memoria di ragazza, il suo ultimo romanzo, è stato acclamato in patria come un’altra sorprendente vetta di una scrittrice ormai imprescindibile. 









mercoledì 17 maggio 2017

RECENSIONE || "Gorilla, amore mio" di Toni Cade Bambara

<<[...] accordai la mia giovinezza al ritmo della stagione e mi predisposi a perdere la testa.>> 

"Dolce città"


La raccolta di racconti di Toni Cade Bambara "Gorilla, amore mio", Edizioni Sur, ha il sapore del ghetto, delle serate estive tirate fino a tardi, dei ragazzi neri che giocano a pallacanestro  al tramonto.
Questa autrice afroamericana inserisce tutto ciò che c'è di bello (e di brutto) della sua gente: le grandi famiglie, i bambini che rimangono soli, i soldi che mancano, la forza delle donne che mai si piangono addosso, che sanno quello che vogliono e che non hanno bisogno di difesa alcuna.

Proprio la forte connotazione femminile dei racconti mi ha lasciata meravigliosamente stupita: spesso le protagoniste dei racconti affrontano situazioni difficili mai piangendosi addosso (almeno esteriormente) sempre con determinazione e orgoglio. Proprio l'orgoglio e la dignità le distingue dalle donne che altre autrici hanno dipinto nel tempo. I personaggi femminili potranno anche essere povere o solo delle bambine ma non mancano di buon senso e di consapevolezza non solo del loro ceto sociale ma anche per quanto riguarda i loro limiti e le loro qualità: Hazel sa benissimo che vincerà la gara dei cinquanta metri, sa benissimo con chi attaccare briga e con chi no - "La corsa di Raymond"- ed è ancora più brava a difendere suo fratello che anche se più grande di lei ha bisogno del suo aiuto perché vive in un mondo tutto suo; ancora, Miss Moore si ostina a tenere lezione a dei ragazzini che non ne vogliono sapere dei suoi prediconi ma che alla fine capiscono benissimo "La lezione" della giornata (da qui il titolo del racconto); Kit anche se innamorata, nonostante la sua vita oltre stelle e il suo amore infinito per sua madre, sa che non rivedrà mai più B.J. - "Dolce città".

<<Il paesino sembrava uscito da "Alice nel paese delle meraviglie"  o da Poe, il quartiere nero era assolutamente incredibile: gabinetti esterni, delinquenti agli angoli delle strade e soprattutto gente che viveva in vere e proprie discariche, insomma la povertà con tutti gli annessi e connessi.>>

"Missisipi Ham Rider"


Questi alcuni dei titoli dei racconti che più mi hanno colpita e di cui mi sono innamorata per la singolarità e i paradossi che si nascondono in essi. I personaggi - che da un racconto all'altro si sovrappongono, cambiano prospettiva si incastrano - non hanno chissà quale cultura, si esprimono in modi schietti, irriverenti, maleducati ma hanno perfettamente sotto controllo la loro realtà e la bontà d'animo non è messa in discussione in nessuna situazione. 
Sotto una trama che all'apparenza racconta di madri che imbarazzano i figli, ragazze che cercano l'amore in un uomo che abbia certe qualità, una bambina che corre e che vince una gara, un'altra che cerca attenzioni perchè è il giorno del suo compleanno e nessuno lo festeggia con lei, si nascondo temi e vicissitudini per nulla scontate e affrontate sempre di petto, con convinzione senza perdersi d'animo: il problema razziale (mai visto come qualcosa di negativo e diminutivo verso i neri piuttosto il contrario, in una sorta di avversione verso i bianchi più ingenui e facilmente imbrogliabili), o quello della disabilità, della mancanza di educazione verso i ceti più poveri, della disuguaglianza economica, del rapporto tra genitori e figli, delle nuove generazioni che cercano di apprendere le loro radici, o della violenza sulle donne.
L'autrice tratteggia lo spazio, il tempo ma si dedica soprattutto ai suoi personaggi curando il lato umano, ai loro sentimenti, alle loro ambizioni e ai loro pensieri; ma sentiremo qualche nota di jazz, qualche risata sguaiata, un urlo, un insulto il canticchiare di una nonna in cucina.


<<[...] sforzarsi di essere sé stessa, che significa, nel mio caso, una bambina povera di colore che non si può proprio permettere di comprare le scarpe e un vestito che lo metti una volta sola nella vita perché l'anno prossimo ti starà piccolo.>>

<<Con me non fanno tanto gli spiritosi, non sono il tipo che prende e porta a casa. Preferisco dargli un pugno e vedere che succede anche se sono più piccola e ho le
braccia mingherline e la voce da topolino, che è per questo che mi chiamano Topolino. E se proprio butta male, scappo. E ve lo diranno tutti, io sono una scheggia.>>

"La corsa di Raymond"

Racconti ma anche storie di vita - un'analisi sociale quanto individuale -  per conoscere un'altra cultura spesso sottovalutata su cui Toni Cade Bambara mette l'accento creando storie divertenti che fanno sorridere e ridere il lettore che immancabilmente si innamora di quelle protagoniste alte un soldo di cacio ma con coraggio da vendere. 
Vi lascio il link (nel caso voleste approfondire il tema) di un'intervista a Toni Cade Bambara degli anni Settanta pubblicata recentemente sul blog di Edizioni Sur, "Sotto il vulcano", QUI L'INTERVISTA.



COPERTINA 9 | STILE 9 | RACCONTI 8,5



Titolo: Gorilla, amore mio
Autore: Toni Cade Bambara, traduzione di Cristina Mennella
Editore: Edizioni Sur
Numero di pagine: 163
Prezzo: 16,50 euro


Trama: 

Durante una festa elettorale per il Potere Nero, una donna di mezza età viene redarguita dai figli per aver ballato in modo troppo sensuale con un vecchio cieco. Un’assistente sociale cerca di insegnare ai bambini del quartiere il valore dei soldi portandoli in gita in un lussuoso negozio di giocatto­li. Una ragazza riflette sulla figura della bisnonna, una fattucchiera in odore di pazzia che voleva dare l’assalto al mondo. Cinque amiche si riuniscono in camera da letto per discutere le strategie sentimentali da seguire con gli uomini. Che racconti situazioni familiari oppure sociali, conflitti generazionali oppure razziali, contesti rurali oppure urbani, nelle sue storie Toni Cade Bambara affronta la realtà dei neri americani con grazia e umorismo: facendo parlare i suoi personaggi – spesso donne, spesso bambini – con la loro viva voce, mostrandoceli nella loro ordinaria litigiosità, ma anche nei momenti di crisi e nei non rari gesti di compassione e solidarietà. Scritti tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Settanta, poi raccolti in volume nel 1972 per iniziativa di Toni Morrison (all’epoca editor di Random House), i quindici racconti di Gorilla, amore mio sono un classico ritrovato della letteratura afroamericana, tradotto oggi per la prima volta in italiano: un’occasione unica per scoprire la scrittura personalissima e musicale – malinconica come un blues, ritmata come un rap – di Toni Cade Bambara.

L'AUTRICE

Toni Cade Bambara (1939-1995) è stata una scrittrice, documentarista, insegnante e attivista afroamericana. Oltre a Gorilla, amore mio (1972), è autrice della raccolta di racconti The Sea Birds Are Still Alive (1977) e dei romanzi The Salt Eaters (1980) e Those Bones Are Not My Child (pubblicato postumo nel 1999). Ha curato le antologie The Black Woman (1970) e Tales and Stories for Black Folks (1971). Dopo la sua morte, Toni Morrison ha raccolto una selezione di racconti inediti, saggi e interviste nel volume Deep Sightings and Rescue Missions (1996).

domenica 7 maggio 2017

RECENSIONE || "Piccoli racconti di un'infinita giornata di primavera" di Natsume Sōseki

Il mio stato attuale di post trasloco non mi permette di leggere in modo tranquillo, concentrato e soprattutto costante: mi impongo di prendermi un'oretta tutta per me e mi vengono in mente duemila cose da riordinare, pulire e mettere a posto. Chi ha traslocato, e soprattutto chi ha traslocato da una città all'altra con un bambino di neanche tre anni, in questo momento mi sarà solidale.

Così, saltando un po' da un romanzo all'altro uno più bello dell'altro, ho sentito l'esigenza di una storia che si concludesse alla svelta, per cui cosa leggere se non una raccolta di racconti? Mettiamo anche il fatto che ultimamente sono davvero affascinata da questo modo di narrare aspettandomi qualcosa di mistico, profondo e in qualche modo ricco e il gioco è fatto.

Mi è capitato tra le mani un libro che non conoscevo e che non bramavo ma che mi aveva incuriosito a partire dall'annuncio dell'uscita fatto da Edizioni Lindau. "Piccoli racconti di un'infinita giornata di primavera" di Natsume Sōseki è una raccolta di racconti prima di tutto preziosa: questo autore giapponese vissuto a cavallo tra Ottocento e inizio Novecento è considerato nel suo Paese come <<sommo scrittore, colui che ha gettato le basi della lingua giapponese>>, così ci viene presentato nel risvolto finale del volume.

Ho iniziato il libro un po' titubante, aggredita subito dal primo racconto in cui già a pagina 3 sono presenti diverse note per chiarire alcuni sostantivi giapponesi, ero più propensa a lasciare lì il libro che a continuarlo. Come dicevo il mio blocco del lettore mi sta mettendo i bastoni fra le ruote e non accettavo di "mettere in pausa" il terzo libro di fila.
Immergendomi nella lettura ho scoperto in Natsume Sōseki un autore davvero formidabile nelle descrizioni e nei racconti che hanno una forte connotazione onirica. Le tanto odiate (dài, poco piacevoli) note mi hanno accompagnata passo passo nei racconti e nella vita dell'autore, che poi è la stessa cosa. Spesso i suoi brevi scritti raccolti qui fanno riferimento alla sua vita sia in Giappone che a Londra. 

Proprio riguardo a quest'ultima città i racconti si fanno più oscuri e cupi: la sensazione che viene comunicata al lettore è buia, l'autore in questa città è oppresso dalla folla, dai palazzi alti che non lasciano intravedere il cielo, in cui la nebbia permette di vedere a quattro metri la volta nascondendo il passato e il futuro. In "L'odore del passato" l'autore incontra un suo connazionale ospite della stessa pensione inglese. La famiglia che gestisce la pensione è descritta come a dir poco negativa, una famiglia allargata infelice e che trasuda qualcosa di agghiacciante che Sōseki identifica nell'odore che riconosce in una successiva visita all'amico connazionale.

<<Appena penso che il mondo si sia contratto in un quadrato di quattro metri, scopro che man mano che cammino, altri quadrati compaiono; in compenso il mondo che avevo attraversato un attimo prima appartiene al passato e va scomparendo secondo la velocità dei miei passi.>>

<<Ci spostiamo tutti avanti in silenzio: decine di migliaia di teste nere che procedono un passo alla volta, con il medesimo ritmo, come se si fossero messe d'accordo, come se nessun'altra cosa le controlli tranne quella linea del destino. [...] Sembra che nella città misteriosa, con gli edifici di quattro piani e tutti dello stesso colore, qualsiasi cosa si trovi lontano [...]>>

La chiave di lettura, il fil rouge, che accomuna i racconti non è la presenza di una spiccata e ormai inoltrata primavera - in più di un racconto è inverno o autunno, anche se spesso i racconti sono collocati temporalmente durante il capodanno giapponese che veniva celebrato il 29 Aprile- ma dal racconto di una sensazione o di un avvenimento che ha colpito l'autore o il protagonista del racconto.  Di solito Sōseki usa la prima persona ma altre volte (come ne "Il caco") il protagonista della vicenda è diverso.
Ammetto che alcuni racconti rimangono per me imperscrutabili e noiosi ma altri nascondono minuziose descrizioni che rivelano la potenza e la magnificenza di Natsume Sōseki.
Probabilmente il racconto che mi è piaciuto di più si nasconde tra i primi, "Il serpente" è una storia al limite del magico che si svolge all'interno di un in fiume in una giornata temporalesca spiccatamente primaverile. 

<<Quando uscii fuori aprendo la porta di legno, dentro le grosse impronte degli zoccoli di un cavallo stagnava una grande quantità di pioggia. Calpestavo la terra e il rumore del fango aggrediva il fondo dei miei piedi. [...] Il fango sgorga dal fondo mentre la pioggia picchia da sopra, i vortici lo attraversano al centro, accavallandosi l'uno sull'altro.>>

Se siete curiosi di leggere qualche racconto fuori dalle righe, spiccatamente giapponese ma che al tempo stesso non trascura il mondo occidentale "Piccoli racconti di un'infinita giornata di primavera" fa per voi!


COPERTINA 7,5 | RACCONTI 7 | STILE 7



Titolo: Piccoli racconti di un'inibita giornata di primavera
Autore: Natsume Sōseki, traduzione di Tamayo Muto
Editore: Edizioni Lindau
Numero di pagine: 141
Prezzo: 14,50

Trama

I 25 Piccoli racconti di un’infinita giornata di primavera apparvero sull’«Osaka Asahi Shimbun» a partire dal 1909, e vennero riuniti da Sōseki in questa raccolta nel 1910. 
A prima vista, non sembra esistere un filo conduttore che li leghi, tanto sono diversi sia nel contenuto sia nello stile – soprattutto nelle pagine in cui vengono utilizzate tecniche sperimentali di scrittura

Ma è proprio il titolo così fortemente evocativo, Eijitsu Shōhin, a contenere l’elemento unificante. 
«Eijitsu», la «giornata lunga», non indica soltanto un giorno in cui il tempo sembra dilatarsi all’infinito, ma evoca anche ciò che accomuna i protagonisti dei diversi racconti: il desiderio di conservare quella sensazione di intensa felicità legata a un momento, a un’occasione, a una stagione, nella speranza che possa non finire mai.

L'AUTORE




Natsume Sōseki (1867-1916) è uno dei maggiori scrittori giapponesi tra Otto e Novecento. Nel suo Paese è considerato il «sommo scrittore», colui che ha posto le basi della lingua giapponese moderna e ha influenzato in modo significativo la letteratura e il pensiero delle generazioni successive. Tra i suoi romanzi più conosciuti si ricordano Io sono un gattoIl signorino e Guanciale d’erba. 

mercoledì 3 maggio 2017

RECENSIONE || "La bambina selvaggia" di Rumer Godden


<<Diddakoi.
Zingara.
Zinghi-zingarella, ti tiriamo le budella.
Stracciona.>>

Leggere Rumer Godden è come tornare piccoli, quando i nostri genitori o i nostri nonni ci raccontavano di avventure e peripezie di protagonisti a cui alla fine andava tutto bene.

È questo il caso di “La bambina selvaggia”, Bompiani, in cui la protagonista è  Kizzy Lovell una diddakoi, una bambina senza età, metà zingara e metà stabile, che va alle elementari. La storia è ambientata in un’Inghilterra in cui la tradizione zingara è presente e ancora forte: la nonna (in realtà è la sua trisnonna) di Kizzy è una zingara vecchio stile che abita in un carrozzone tirato da un vecchio cavallo, Joe; data l’età avanzata la nonna di Kizzy, ormai da qualche tempo, è stabile nel frutteto dell’Ammiraglio Twiss, un vecchio signore distinto e ricco che abita solo insieme al suo stalliere e al suo tuttofare, nessuna donna vive in quella dimora. Malgrado il suo aspetto burbero l’Ammiraglio Twiss si rivela sempre gentile ed educato e sarà per Kizzy un prezioso amico.
Kizzy è felice ed è orgogliosa di essere una zingara, di passare le serate accanto al fuoco invece che in una stretta e angusta stanza, di dormire nella cuccetta che profuma di aria aperta, del cavallo Joe e di fumo.

<< "Sei quello che sei," disse l'Ammiraglio.
"È quello che diceva la nonna."
"Aveva ragione: e non abbassarti mai a fingere di essere qualcos'altro." >>

La vita a scuola è dura e Kizzy è spesso bistrattata per i suoi abiti di seconda mano o semplicemente perché zingara. Dal canto suo la bambina non si fa intimidire da nulla, ha un carattere molto forte e fiera scappa o si difende da chi l’attacca costruendosi un guscio protettivo contro tutti. La storia prende un verso inaspettato alla morte della nonna di Kizzy portando il lettore in una vera e propria fiaba completa di morale.

Lo stile di Rumer Godden è scorrevole e affascinante, trasporta con facilità il lettore nella storia a lieto fine della piccola Lovell. Non per nulla questa autrice è stata molto acclamata in Gran Bretagna (il libro ora pubblicato nella splendida edizione Bompiani ha visto la sua prima edizione nel 1972) e le sue opere seguono questo stile fiabesco semplice ma profondamente riflessivo per i temi che tratta. In “La bambina selvaggia” il pregiudizio e la discriminazione sono all’ordine del giorno, non solo da parte dei bambini ma anche dei genitori che spingono i figli a stare lontano da Kizzy. Solo l’Ammiraglio e Miss Olivia Brooke capiscono lo spaesamento della piccola assecondandola (forse troppo) e cercando di essere flessibili con lei costruendo un carrozzone giocattolo, permettendole di prendere il the accanto al fuoco in giardino. Probabilmente il tema razziale ha toccato da vicino la Godden che nata nel Sussex ma che ha vissuto gran parte della sua vita in India per poi rientrare in una madrepatria diversa che potrebbe averla additata come straniera.

Una lettura leggera e divertente che consiglio a chi è sempre alla ricerca di autrici di altri tempi che hanno saputo scrivere storie molto attuali.



COPERTINA 7 | STILE 8 | STORIA 7 | SVILUPPO 7



Titolo: La bambina selvaggia
Autore: Rumer Godden, traduzione di Marta Barone
Editore: Bompiani
Numero di pagine: 208
Prezzo: 13,00 euro

Trama

Kizzy è una bambina metà e metà: un po' zingara un po' no. Vive con la vecchissima nonna in un carrozzone dentro un frutteto, e il suo migliore amico è Joe, un cavallo. I compagni di scuola la prendono in giro perché è strana, selvaggia, diversa, ma a lei non importa granché, finché ha il suo mondo a cui tornare. Poi la nonna muore e tutto cambia. Per fortuna c'è l'Ammiraglio, un burbero gentiluomo che vive in una grande dimora ed è disposto a prendersi cura di lei. Ma al villaggio ci sono un sacco di ficcanaso che pensano che per una bambina ci voglia un altro genere di casa e di famiglia. E i ragazzi della scuola, soprattutto le femmine, sono sempre più ostili. Per Kizzy, abituata a essere indipendente, non è facile accettare regole e confini; e per gli altri non è facile accettare le sue stravaganze. Eppure un modo per incontrarsi c'è sempre, quando lo si vuole cercare.
Un classico del nostro tempo che parla di bulli, anzi, bulle, di libertà, di convivenza e accettazione; pubblicato nel 1972, vincitore del Whitbread Award, è diventato un dramma radiofonico e una serie televisiva.

L'AUTRICE


Scrittrice, saggista, collaboratrice della BBC, trascorre gran parte della sua giovinezza in India, al punto da autodefinirsi scrittrice anglo-indiana.
Nata nel Sussex nel 1907, crebbe in India insieme a tre sorelle a Narayanganj. Nel 1920 tornò in patria, per frequentare la scuola, studiando anche per maestra di ballo. Nel 1925, a Calcutta, aprì una scuola di danza per bambini inglesi e indiani. Tenne aperta questa scuola per vent'anni insieme alla sorella Nancy. Nel frattempo, scrisse il suo primo best seller, Black Narcissus.

giovedì 20 aprile 2017

RECENSIONE || "Miraggio 1938" di Kjell Westö

<<Sulla città aleggiava un'atmosfera irreale. La vita un sogno, un miraggio dai contorni indefiniti. Ecco di nuovo quella parola. Chissà perché continuava a ripresentarsi.>>

"Miraggio 1938" di Kjell Westö, Iperborea, ha un flusso particolare, molto articolato e strutturato ma dalla trama abbastanza larga per lasciar scorrere un mistero - che troverà la soluzione solo all'ultima pagina - diversi segreti e il clima teso e profondamente scisso che aleggia nella Helsinki - protagonista forte e caotica ma anche provinciale e povera - di fine anni trenta del Novecento.

I protagonisti della storia, che poi hanno anche il ruolo di narratori, sono Claes Thune - avvocato borghese - e la signora Wiik sua dipendente, dal segreto passato e dal solidissimo apparente autocontrollo che nasconde facce diverse della stessa protagonista. L'avvocato Thune porta avanti il suo studio con un lavoro modesto, ormai la sua Gabi lo ha lasciato per il suo migliore amico e gli rimane giusto il suo Circolo del Mercoledì composto dai suoi più cari amici, ritrovo per <<contribuire al mantenimento e all'approfondimento del dibattito politico e culturale in lingua svedese nella città di Helsinki, ma il vero motivo era offrire ai membri un pretesto per bere>>

La signora Wiik fin da subito ci nasconde qualcosa del suo passato che inevitabilmente ritrova nel presente, nello studio dell'avvocato Thune all'interno del Circolo del Mercoledì. Di colpo fantasmi e ossessioni del passato tornano a farsi sentire e decide di giocare una partita con il suo destino fatale. La storia viene portata avanti dallo struggimento di Thune per Gabi, le sue debolezze ma anche il suo pensiero fermo e determinato ma mai invadente e imponente, e il passato strano e di una solitudine ricercata di Mija Matilda Wiik.

<<La signora Matilda Wiik. Sempre silenziosa, docile e accomodante sei giorni la settimana. Chissà cosa faceva il settimo?>>

È in questa trama che prosegue con una sorta di regolarità, una quotidianità, azioni che si susseguono come di consueto che l'autore inserisce il tema storico forte e imprenscindibile per un periodo che vede discriminazioni e divisioni nette che non ammettono riconciliazione. I protagonisti all'interno delle loro cerchie notano amici e parenti che prendono posizioni che lasciano di stucco e incrinano senza rimedio relazioni e affetti. Così all'interno del Circolo del Mercoledì Jary - un ebreo, un artista geniale - viene ricoverato, per l'ennesima volta, nell'ospedale psichiatrico del suo amico Lindemark per la sua ansia e per la sua iperattività, ma anche per la sua ossessione per la discriminazione degli ebrei che inizia a vedere ovunque, prematuramente come una sorta di premonizione (la lucidità del folle?). Sempre all'interno di questa cerchia prendono posto Zorro nazionalista patriottico che pende per la politica hitleriana ma anche Lindemark che sempre più vicino alle idee liberali di Thune.

"Miraggio 1938" non ha una forte connotazione "noir" eppure il sapore è quello dell'intrigo, della scommessa, di qualcosa che deve ancora avvenire, in potenza, si ha la sensazione che l'autore ci racconti i fatti dell'attimo prima del vero momento saliente. Anche la narrazione spesso salta da un protagonista all'altro, non riprendendo la storia da dove era stata lasciata, ma andando giusto un passo più avanti e raccontandoci i fatti importanti relativi al narratore al momento silente; un espediente che non solo suscita curiosità ma che contribuisce a mantenere questa sensazione, quasi una smania, di sapere che cosa avverrà in futuro.
I misteri e i segreti sono nascosti dai personaggi in modo meticoloso. Ogni azione, pensiero dei protagonisti non è istintivo ma pensato, limato e assottigliato per non rivelare nessun punto debole. 
E proprio queste macchie di ombra della loto vita sono incatenate con la Storia della Finlandia in un periodo di grande cambiamento e la Storia futura che vede gli assetti europei vacillanti e incerti, con grandi interrogativi che in maniera ingannevole spingono la classe benestante e conservatrice a fidarsi di leader il cui progetto viene presentato in maniera subdola, lodando i potenti per sottomettere i deboli.

Un libro che comunica tutta l'incertezza degli anni Trenta, un libro di riflessione che tocca sentimenti profondi e che in qualche modo porta a galla aspetti della personalità dei personaggi che a tutti costi erano stati messi a tacere complice un'epoca che finalmente permette l'esposizione di aspetti della vita e del pensiero fino a quel momento assolutamente celati, il sereno prima della grande tempesta.



COPERTINA 8,5 | STILE 7,5 | STORIA 7,5 | SVILUPPO 8


Titolo: Miraggio 1938
Autore: Kjell Westö, traduzione di Laura Cangemi
Editore: Iperborea
Numero di pagine: 419
Prezzo: 18,50 euro



Trama

1938. La Germania nazista sta destando paura e ammirazione in un’Europa che non sa di essere già sull’orlo di un secondo conflitto mondiale. Tornato a Helsinki dopo una fallita carriera diplomatica e abbandonato dalla moglie, l’avvocato Claes Thune, umanista liberale, si ritrova solo e smarrito a fare i conti con un amore e un intero mondo di ideali traditi, mentre perfino gli amici del suo «Circolo del mercoledì» – due medici, un uomo d’affari, un giornalista e un attore ebreo – sono sempre più divisi da opposte visioni sull’uomo, la democrazia e la ragione da seguire in un’epoca che sembra ammettere solo scelte drastiche. In questo universo rigorosamente maschile e altoborghese orbita un’unica donna, Matilda Wiik, la nuova segretaria di Thune: silenziosa, riservata, impeccabile, ma in realtà tormentata dai ricordi di ciò che ha subito nella guerra civile di vent’anni prima, e ora incapace di resistere alla voce dentro di sé che la spinge a una lenta e disperata vendetta. Separati dalle barriere sociali ma attratti dall’infelicità che leggono uno negli occhi dell’altra, Thune e Matilda continuano a osservarsi, cercarsi e incrociare i loro destini solitari nella tensione di un raffinato noir anni Trenta eppure amaramente attuale. Rievocando un anno cruciale del secolo breve, di cui la Finlandia, stretta tra Hitler e Stalin, concentra tutti i nodi e le illusioni, Westö intreccia una sensibilissima trama psicologica con una riflessione profonda sui diversi volti della Storia rispetto alle vite degli individui, sul potere e l’amicizia, e sul momento in cui la realtà che credevamo di conoscere sembra dissolversi in un miraggio. 


L'AUTORE

Kjell Westö (Helsinki 1961) è uno scrittore e giornalista finlandese di lingua svedese. Ha esordito nel 1986, e da allora ha pubblicato poesia, racconti e romanzi. La sua serie di cinque grandi romanzi ambientati nella Helsinki del XX secolo lo hanno consacrato come uno dei più noti scrittori nordici, interprete dei grandi temi della nostra storia politica e di come questi hanno influenzato la vita e i pensieri della gente. Miraggio 1938 è in corso di traduzione in 22 paesi e nel 2014 ha vinto il Premio del consiglio nordico, il più importante riconoscimento letterario del Nord Europa.


venerdì 14 aprile 2017

RECENSIONE || "I miei piccoli dispiaceri" di Miriam Toews

<<Yoli, aveva detto, ti odio.
Mi ero chinata per baciarla e sussurrarle che lo sapevo, ne ero consapevole. Ti odio anch'io, le ho detto.
Era la prima volta che in un certo qual modo formulavano il nostro problema di fondo. Lei voleva morire e io volevo che vivesse ed eravamo due nemiche che si amavano.>>

Probabilmente una delle recensioni più difficili che ho mai scritto è questa riferita a "I miei piccoli dispiaceri" di Miriam Toews, Marcos y Marcos, uno dei libri più belli che abbia mai letto e a cui mi sono affezionata moltissimo.

Il tema del suicidio e dell'eutanasia ha radici profonde in tutta la letteratura e Miriam Toews ce lo ricorda spesso in "I miei piccoli dispiaceri": tantissimi artisti e autori hanno deciso di porre fine alla loro vita, la prima che mi viene in mente è la grandissima Virginia Woolf. La cinematografia non si esime, e il libro mi ha ricordato in certe parti (soprattutto quelle finali) il film "Milion dollar baby", la fine di qualcuno che non vuole più passare il tempo nel dolore e chiede a chi è più vicino un aiuto che però implica conseguenze pericolose e definitive. Forse più aderente al tema del "mal di vivere"  è il libro, uscito lo scorso anno, "La casa blu" di Massimiliano Governi (Edizioni E/O), anche qui è facile trovare qualche assonanza con lo stato emotivo di Elfrieda.

La storia racchiude moltissimi aspetti di una famiglia (a)normale mennonita che da un paio di generazioni è fuggita in Canada, a Winnipeg, dalla Russia. Una storia che già a partire dai nonni è segnata dal dispiacere (la nonna di Yolandi, la nostra narratrice, ha dovuto seppellire sei figli su sedici) ma anche da qualcos'altro, qualcosa che inevitabilmente è passato a metà della famiglia Von Riesen attuale: un'incredibile resilienza. Una forza che nasce dall'interno, dall'ironia, dal non prendere tutto troppo sul serio, dall'accettare che non si può controllare ogni cosa e affrontare anche le situazioni più devastanti.
<<Calma invincibile, le dico.
Calma invincibile, ripete lei.
Trionfi, dico io.
Trionfi, dice lei.>>

L'altra metà della famiglia ha ereditato, invece, il cosiddetto "mal di vivere", una sorta di rifiuto alla vita, non per qualcosa in particolare ma semplicemente una stanchezza intrinseca al vivere. Ed è così che il papà e la sorella di Yolandi, Elfrieda, decidono di togliersi la vita. Prima il padre e poi i diversi tentativi della sorella che non riesce per una serie di motivi ad arrivare al suo obiettivo. Così inizia il racconto di Yolandi una donna con due figli avuti da due uomini diversi e ora divorziata (quasi) da entrambi. Una scrittrice per romanzi di ragazzi che vorrebbe fare di più ma che corre avanti e indietro per impedire alla sorella di ammazzarsi e stare vicino a sua madre, anche lei tenace e forte come un leone, stare dietro ai suoi figli, ai suo ex e cercare di guadagnare abbastanza per mantenere ogni cosa.

Elfrieda è rimasta a Winnipeg a vivere con suo marito. Lei è la stella della famiglia una famosa pianista che fin da piccola, era evidente, fosse un po' eccentrica ma anche determinata e intelligente, una divoratrice di libri con una passione per la poesia, tanto da affermare di essere una possibile amante di Coleridge se i due fossero stai contemporanei. E proprio da una poesia di questo autore inglese nasce il titolo I miei piccoli dispiaceri. Elfrieda è legata a doppio filo con la musica, ragione del suo successo e della sua vita, ma anche portatrice di sconforto e depressione: il suo modo di suonare tanto emotivo esprime una tristezza che solo lei e il pianoforte possono comporre. Il pubblico è incantato anche se prova una forte pulsione di fuga.

<<Era un dolore privato. Per privato intendo dire inconoscibile. L'unica a conoscerlo era la musica, e custodiva segreti tali per cui la sua interpretazione era un puzzle, un sussurro, e dopo la gente al bar beveva e non diceva niente perché si sentiva complice. Non c'erano parole.>>

Yolandi vuole cercare di far vivere sua sorella, costi quel che costi, come sua madre e il marito di Elfrieda, ma quest'ultima non ne vuole sapere, lei non vuole vivere malgrado tutto. 

Il romanzo tocca tantissimi temi importanti come la depressione, l'eutanasia, il suicidio, la morte che si scontra con la vita, che si affianca, l'accarezza: il desiderio di morte di due componenti della famiglia, paradossalmente, infonde vita nella parte rimanente.  In contemporanea ci racconta anche del coraggio della forza di chi rimane, che deve andare avanti perché nulla si ferma anche se tutto, per un attimo, ci appare immobile.
Ma quello che più colpisce è come vengono affrontate le tematiche: a un primo impatto lo sguardo di Yolandi può apparire cinico, quasi ironico, invece io l'ho trovato semplicemente pratico e umano, spesso impulsivo. Ogni personaggio è caratterizzato da qualità e difetti reali, il libro è intriso di poesia e musica e libri e storie che servono a dare coraggio ai protagonisti, un punto, un aiuto per dare un senso a quello che accade alle loro vite. 

<<I libri sono quello che ci salva. [...] Cos'aveva detto delle biblioteche e della civiltà?
Perché fai una promessa, aveva detto. Prometti di restituire il libro. Prometti di tornare. Quale altra istituzione opera in una simile buona fede, Yo?>>

<<Erano  mio padre e mia sorella che insistevano costantemente perché io e mia madre leggessimo di più, perché trovassimo conforto nei libri, perché placassimo brame e dolori con le parole e ancora parole.>>

L'autrice non giudica la scelta di Elfrieda o di suo padre, anzi, più di una volta quando Yolandi si arrabbia e sbraita perché non capisce la scelta di suo sorella chiude la scena con qualcosa che ha come fondo l'amore, perché chi ama lascia libero di fare e di decidere. 
Il romanzo contrappone, neanche troppo sottilmente, vite ed esistenze diverse mettendoci davanti alle cose importanti, ai valori essenziali e fondamentali togliendo tutto ciò che è superfluo. Così da un romanzo costellato di dispiaceri e tragedie l'autrice trasmette al lettore una forza suprema, insuperabile, inafferrabile che solo passando attraverso il punto di vista di Yolandi (o una vita difficile) è possibile assumere. 

<<E poi si è messa a sussurrarmi delle cose, tutte incentrate sull'amore, sulla bontà, sull'ottimismo e la forza. E su di te. 
Sulla nostra famiglia.
Su come possiamo lottare duramente, ma su come possiamo anche riconoscere la sconfitta e smettere di lottare e dire pane al pane. Le ho chiesto cosa si fa quando il pane non è pane e mi ha detto che alle volte la vita va così, che il pane non è il pane, e bisogna accettarlo.>>

Un romanzo da togliere il fiato, da sottolineare e rileggere e amare. Un capolavoro che consiglio davvero a tutti i lettori.


COPERTINA 5 | STILE 9 | STORIA 8,5 | SVILUPPO 8,5



Titolo: I miei piccoli dispiaceri
Autore: Miriam Toews, traduzione di Maurizia Balmelli
Editore: Marcos y Marcos
Numero di pagine: 361
Prezzo: 18,00 euro

Trama:

Elf è sempre stata la più bella.
Ha stile, idee geniali, ti fa morir dal ridere; le capitali del mondo la ricoprono allegramente di dollari per farle suonare il pianoforte e gli uomini si innamorano perdutamente di lei.
Yoli è la sorella squinternata. Ha messo al mondo figli con padri diversi, ha un amante avvocato, se si rompe la macchina fa sesso con il meccanico, ha il conto sempre in rosso e una carriera mancata.
E cos’è adesso questa storia che Elf vuole morire? Proprio in questo momento, poi, a due settimane da un’importantissima tournée.
“Elfie, ma ti rendi conto di quanto mi mancheresti?” Quali sono le cose giuste da dire per salvare una vita? Yoli la prende in giro, la consola, la sgrida, aggredisce lo psichiatra dell’ospedale, cammina lungo il fiume tumultuoso del disgelo, non sa più che pesci pigliare.
Cospira con la madre, con zia Tina, con il tenero marito scienziato di Elf, con Claudio, il suo agente italiano, e tra cene alcoliche, sms di figli ed ex mariti, sorrisi e ultime frontiere del pianto, lottano tutti per convincere Elf a restare. E in questo lungo duello di parole, carezze, umorismo nero si celebra la grazia e l’energia che occorrono per accettare il dono fragile della vita.



L'AUTRICE

Autentica rivelazione della narrativa anglofona degli ultimi anni, Miriam Toews nasce in Canada, in una comunità mennonita di stampo patriarcale. A diciotto anni è già a Montréal, e scrivere è la sua ribellione. Il regista Carlos Reygadas la tenta con il cinema, nominandola sul campo protagonista di Luz silenciosa; la sua interpretazione è memorabile, ma il suo vero terreno rimane la scrittura. Un tipo a posto, il secondo romanzo, è pieno di tenerezza e comicità; Un complicato atto d’amore, best seller in Canada, viene tradotto in quattordici lingue. In fuga con la zia si aggiudica il Rogers Writers’ Trust Fiction Prize; Mi chiamo Irma Voth evoca la sua esperienza sul set di Luz silenciosaI miei piccoli dispiaceri è già un caso letterario: acclamato dalla critica negli Stati Uniti e in Canada, vincitore o finalista dei più prestigiosi premi letterari, è segnalato tra i libri più belli del 2014 da The Globe and Mail, American Library Association, New Republic, iTunes Fiction Books, BuzzFeed, The Washington Post, Slate, KirkusReviews, The Daily Telegraph.
Con Un complicato atto d’amore entra nel catalogo Marcos y Marcos anche lo splendido romanzo che ha portato Miriam Toews al successo internazionale; il primo in cui lei affronta il mondo ristretto e opprimente della setta mennonita in cui è cresciuta, e da cui è fuggita.