mercoledì 26 luglio 2017

RECENSIONE || Nella perfida terra di Dio di Omar Di Monopoli

<< Dio non c'è. Siamo soli. Viviamo come capita e poi tutto finisce. Non c'è altro. >>

Recensire "Nella perfida terra di Dio", Adelphi Edizioni, è un lavoro arduo non per il giudizio, in questo caso del tutto positivo per lettori che cercano non solo una trama avvincente ma anche un lessico ricco, più per descrivere nei giusti termini tutto ciò che troverete all'interno di questo romanzo che ci racconta della vita a Rocca Bardata, tra Taranto e Brindisi di persone poco raccomandabili, di fatto mafiosi, di sentimenti e di emozioni che portano a compiere determinate azioni, anche -soprattutto- criminose, un'analisi che va oltre il tipico western o le scene sanguinose e rivoltanti, che focalizza i retroscena più che la banale ed eclatante, sporca realtà.

<< In quel desolante albeggiare, sciami di moscerini a ronzargli nelle orecchie, Tore se ne ristette pietrificato dinanzi alla smaccata devastazione di quell'affronto. 
Quando le autorità ebbero espletato tutte le procedure previste, lasciandolo solo e ribollente d'ira, l'uomo, al pari d'un vitello marchiato a fuoco, s'abbandonò a un lungo terribile urlo che non sembrò minimamente scuotere né glorificare la squassata fissità di quel microscopico lembo della perfida terra di Dio. Rimase tutto tale e quale, e alla fine il silenzio senza peso del tempo calò unanime e indifferente a riguadagnare il proscenio. >>


























Il luogo in questo caso è fondamentale per gli intrecci costruiti da Omar Di Monopoli, uno scenario che parla di distese di terre poco bazzicate, di vere e proprie gang che si spartiscono i suddetti appezzamenti, di uomini e donne spregiudicati, di due ragazzi che devono crescere in un ambiente confuso dopo la morte del nonno 'mbà Nuzzo, un falso santone che dalla costosa Taranto si è trasferito sulle poche terre lasciate dal padre nell'entroterra e con nulla di meglio da fare si è dedicato alla sfruttamento della fede altrui appoggiato prima di tutto da chi di fede se ne dovrebbe "intendere" davvero. 

Ed è proprio al ritorno del padre dei due ragazzi, latitante e misterioso, che il libro inizia. Gimmo e Michele sono stupiti, restii a riaccettare il padre che non vedono da quando la madre è scomparsa. Quali traffici si nascondono nel suo passato? Quali guai porterà adesso che non c'è nessuno a prendersi cura di loro?


<< Quando il camioncino, in un prolungato stridore di ganasce, si arrestò a pochi passi dalla catapecchia incavata, i ragazzi abbandonarono le loro posizioni per affacciarsi guardinghi e allarmati sul cortile. >>

La divisione in due piani narrativi è una scelta saggia dell'autore che grazie al "prima" e "dopo" stringe in una spira sempre più stretta il lettore che non ha scampo e si lascia prendere dai regolamenti di conti, dalle sparatorie, dai vecchi amici ora nemici con le informazioni centellinate in modo strategico, fino al culmine del climax che coincide con la chiusura del romanzo. La trama per nulla scontata si completa con un lessico ricco, ricco di italianità e dialetto tarantino di cui meravigliarsi a ogni riga: ogni costrutto sintattico è ricercato ma mai artificioso o forzato, la prosa rimane scorrevole tra le frasi irate e gli incontri tra i boss delle fazioni in scena, come nei più classici dei western. Il clima che si respira è teso, l'aria pesante e immobile tipica del clima del sud è palpabile come la preoccupazione e il risentimento di Gimmo nei confronti del padre e la fiducia del fratello Michele che appioppa al padre per via del legame di sangue. Omar Di Monopoli non risparmia nulla: i combattimenti dei cani, morti a sangue freddo, accordi loschi per uscirne più ricchi e potenti. 



Non dimentichiamoci che stiamo parlando di una piccola comunità italiana poco conosciuta e sicuramente poco raccontata dagli autori. Rocca Bardata è gestita dalle bande, dai traffici di droga ai smaltimenti di rifiuti chimici illegali, alla conquista di potere dalle istituzioni meno sospettate. I fratelli Della Cucchiara si portano la nomea del padre, Tore Della Cucchiara, un uomo che ha scelto il gruppo sbagliato con cui schierarsi, un marito troppo violento che è stato costretto a sparire dalla circolazione dopo una regolazione di conti, un personaggio ricco di contraddizioni che vive bene in un contesto spregiudicato ma attirato da una vita più pulita, più onesta. 



Per me non è stato semplice entrare nel mondo raccontato da Omar Di Monopoli, non solo perché il genere è distante anni luce da ciò che leggo di solito ma anche perché non è una realtà che mi appartiene, tuttavia una volta preso il ritmo  mi è stato impossibile da interrompere la lettura, più si continua a leggere più ci si addentra nei segreti e nelle cosche che gestiscono il piccolo paese: incontriamo l' Ngannamuerti, Capumalata tutti a capo della loro gang nascosti nelle sale dei bar fumose, l'odore della polvere da sparo fresca, il puzzo di sudore che si innalza verso il soffitto e respinto verso i proprietari dalle lente pale appiccicate al soffitto.



Per quanto mi riguarda "Nella perfida terra di Dio" è uno spaccato crudele, crudo per quanto reale e magistralmente raccontato da un autore da tenere d'occhio per i lettori che vogliono non solo leggere di temi interessanti e intriganti ma che non vogliono rinunciare alla qualità del lessico e della sintassi italiana.


In collaborazione con la Libreria Ubik di Cesena



COPERTINA 6,5 | STILE 8 | STORIA 8 | SVILUPPO 8,5


Titolo: Nella perfida terra di Dio
Autore: Omar Di Monopoli
Numero di pagine: 205
Prezzo: 18,00 euro

Trama

Da tempo, al nome di Omar Di Monopoli ne sono stati accostati alcuni altri di un certo peso: da Sam Peckinpah a Quentin Tarantino, da William Faulkner a Flannery O'Connor. Per le sue storie sono state create inedite categorie critiche: si è parlato di western pugliese, di verismo immaginifico, di neorealismo in versione splatter. Nonché, com’è ovvio, di noir mediterraneo. Questo nuovo romanzo conferma pienamente il talento dello scrittore salentino – e va oltre. Qui infatti, per raccontare una vicenda gremita di eventi e personaggi (un vecchio pescatore riciclatosi in profeta, santone e taumaturgo dopo una visione apocalittica, un malavitoso in cerca di vendetta, due ragazzini, i suoi figli, che odiano il padre perché convinti che sia stato lui a uccidere la madre, una badessa rapace votata soprattutto ad affari loschi, alcuni boss dediti al traffico di stupefacenti e di rifiuti tossici, due donne segnate da un destino tragico, e sullo sfondo un coro di paesani, di scagnozzi, di monache), Omar Di Monopoli ricorre a una lingua ancora più efficace, più densa e sinuosa che nei romanzi precedenti, riuscendo a congegnare con abilità fenomenale sequenze forti, grottesche e truculente in un magistrale impasto di dialetto e italiano letterario – sino a farla diventare, questa lingua, la vera protagonista del libro. 


L'AUTORE

Dopo aver lavorato per un decennio come redattore e grafico all'interno di numerose piccole realtà editoriali del Salento, dove vive, si è affacciato nel panorama culturale nazionale nel 2007 entrando a far parte del catalogo di autori delle edizioni milanesi ISBN. La critica coniò per la particolare tipologia del libro la definizione di «western-pugliese», un'etichetta che lo stesso autore ha in seguito fatto propria riferendo delle influenze del cinema e della letteratura di genere e in particolare degli spaghetti-westernnella sua produzione.

1 commento:

  1. secondo me gli va stretta la definizione di western pugliese: c'è nel romanzo un'impronta forte, lessicale e di atmosfera, difficile da ideare e riprodurre.
    Divori le pagine con curiosità e con impeto, aspetto di leggere altre sue opere per confermarne il talento.
    Sono d'accordo con i voti (forse la bellezza della copertina meritava qualcosa in più:)

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